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Hai un progetto per accelerare la transizione ecologica in Toscana?

La Regione Toscana, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostiene iniziative innovative per la sostenibilità e la tutela ambientale.

È attivo il terzo avviso per la presentazione dei progetti: scopri come partecipare e diventare protagonista del cambiamento.

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TOSCANA 2030

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Mentre la Camera approva la legge delega sul nucleare, il mercato globale ha già preso un'altra strada. I numeri, d’altronde, avrebbero dovuto suggerire ai deputati che la loro scelta è fuori tempo massimo, quasi nostalgica. Nell'ultimo anno, solare ed eolico hanno aggiunto 841 TWh alla produzione globale. Ventiquattro volte l’incremento del nucleare, superato persino dal gas. Al solare bastano appena 12 ore per installare la stessa potenza che il nucleare impiega dai 7 ai 10 anni a costruire. Avete letto bene: ore contro anni. È la dimostrazione che il potere energetico appartiene a chi riesce a mettere in rete elettricità subito, non a chi promette il primo kilowattora tra quindici o vent’anni. Ed è qui che il bluff del nucleare mostra il suo limite strutturale: costi astronomici a carico della collettività, scorie senza una soluzione definitiva e cantieri interminabili. Approvare oggi una legge sul nucleare significa promettere risultati per quando il sistema energetico mondiale sarà già profondamente cambiato. Una follia economica e logistica. Le crisi degli ultimi anni hanno trasformato il dibattito sull'energia in una gara di velocità industriale. Solare ed eolico dispongono di un vantaggio decisivo: sono tecnologie modulari, replicabili e rapidamente installabili. Un impianto fotovoltaico nasce in pochi mesi, un parco eolico in un paio d'anni. Crescono seguendo la domanda reale, senza costringere un Paese ad aspettare una generazione. Il mondo non sta scegliendo l’energia più 'modernista' nei convegni. Sta scegliendo quella disponibile prima e al minor prezzo. In un’economia che corre verso l’elettrificazione, conta ciò che riesci a installare entro fine anno, non ciò che forse produrrai nel 2045. Per questo la scelta compiuta oggi lascia una sensazione difficile da ignorare. Non tanto di delusione, quanto di straniamento. Come se esistessero due orologi diversi: quello delle famiglie e delle imprese, che corre a velocità crescente, e quello dei Palazzi romani, che continua a guardare il tempo che fu. E mentre il mondo accelera, l’Italia rischia ancora una volta di arrivare in ritardo all’appuntamento con il futuro.

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Quando si parla di energia rinnovabile, spesso prevalgono polemiche e interpretazioni. Per capire dove si trova davvero la Toscana, conviene partire dai dati. Le politiche degli ultimi 5 anni hanno generato un incremento costante della produzione. Il pilastro principale è rappresentato dalla geotermia, che oggi copre il 𝟑𝟒% della produzione elettrica regionale, con un obiettivo programmatico fissato tra il 𝟑𝟕% e il 𝟑𝟖%. In questa direzione va anche la recente presentazione alla Commissione VIA delle domande per la realizzazione di 𝐭𝐫𝐞 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐥𝐢, per una potenza complessiva di 𝟔𝟓 𝐌𝐖.
𝐋𝐚 𝐭𝐚𝐛𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐫𝐜𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝟐𝟎𝟑𝟎
Lo Stato ha assegnato alla Toscana il 𝟓,𝟑𝟎% dell'obiettivo nazionale di potenza installata. Il percorso della Regione è netto:
• 𝐈𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 (𝟐𝟎𝟐𝟎): 2.365 MW di potenza totale installata.
• 𝐈𝐥 𝐭𝐚𝐫𝐠𝐞𝐭 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 (𝟐𝟎𝟑𝟎): circa 𝟔.𝟔𝟎𝟎 𝐌𝐖 (pari a 6,6 GW) di potenza totale da garantire.
𝐋𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 (𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟒): i dati ufficiali certificano il raggiungimento di 𝟑.𝟎𝟐𝟔 𝐌𝐖, un valore perfettamente in linea con il target intermedio assegnato alla Regione.
𝐈 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐢𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨
Al di là delle rilevazioni statistiche passate, lo scenario attuale mostra una forte spinta del territorio. Oltre ai 3.026 MW già attivi, il quadro autorizzativo regionale e comunale delinea una crescita imminente:
• 𝟖𝟎𝟎 𝐌𝐖 di impianti da fonti rinnovabili sono già stati autorizzati (tramite autorizzazioni regionali e comunali) e si trovano in fase di realizzazione.
• 𝟑.𝟎𝟎𝟎 𝐌𝐖 (𝟑 𝐆𝐖) di progetti per impianti fotovoltaici e agrivoltaici sono attualmente in corso di autorizzazione.
• 𝟏.𝟓𝟎𝟎 𝐌𝐖 di impianti eolici sono inseriti nei medesimi procedimenti autorizzativi in corso.
Inoltre grazie al varo, la settimana prossima, del piano di accelerazione e all'individuazione delle aree idonee per l'installazione di fotovoltaico ed eolico, la Regione punta a consolidare e superare i propri target di sostenibilità energetica.

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Lo smart working può ridurre fino al 75% le emissioni di CO2 legate al lavoro. È quanto emerge da uno studio realizzato da ENEA e Banca d’Italia, che ha analizzato l’impatto ambientale del lavoro da remoto confrontandolo con quello degli spostamenti quotidiani casa-ufficio. I risultati mostrano come una giornata lavorativa svolta da casa produca in media 1,1 chilogrammi di CO₂ equivalente per persona, contro i 4,1 chilogrammi generati dal pendolarismo tradizionale.
La differenza è dovuta soprattutto alla drastica riduzione degli spostamenti. Secondo l’indagine, la distanza media percorsa dai lavoratori italiani per raggiungere l’ufficio è di 22,2 chilometri, con tempi di percorrenza di circa 42 minuti al giorno. Per chi opera prevalentemente in telelavoro, la distanza media sale addirittura a 78,4 chilometri, con oltre un’ora e venti minuti di viaggio.
Lo studio evidenzia inoltre che i mezzi di trasporto più utilizzati restano il treno e l’auto privata, rispettivamente per il 39% e il 38% dei chilometri percorsi. Le automobili sono perlopiù alimentate a benzina o diesel, mentre le vetture elettriche rappresentano solo una minima parte del totale. Un dato che contribuisce ad aumentare l’impatto ambientale degli spostamenti quotidiani.
Naturalmente il lavoro da remoto comporta anche consumi energetici aggiuntivi nelle abitazioni. Il 63% delle emissioni domestiche deriva dal riscaldamento, il 29% dal raffrescamento e solo l’8% dall’utilizzo di computer e illuminazione. Nonostante ciò, il bilancio finale resta nettamente favorevole allo smart working.
Per i ricercatori ENEA, queste stime potranno diventare un riferimento utile per aziende e istituzioni interessate a valutare le emissioni indirette legate alle proprie attività. In un contesto segnato dall’aumento dei costi energetici e dalle tensioni geopolitiche, il lavoro da remoto si conferma quindi non solo una scelta organizzativa, ma anche uno strumento concreto per ridurre consumi ed emissioni.

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Oggi è la Giornata mondiale della Bicicletta, uno dei mezzi di trasporto più semplici, geniali e, probabilmente, più sottovalutati della storia. In un'epoca di auto sempre più grandi, traffico sempre più intenso e parcheggi sempre più introvabili, la bicicletta continua a ricordarci che per spostarsi non servono centinaia di cavalli e un cofano: bastano 2 ruote e un po' di fiato.
La sua storia è strettamente legata alle grandi trasformazioni sociali. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, le 2 ruote permisero a milioni di persone di muoversi in autonomia, ampliando opportunità di lavoro, studio e socialità. Per molte donne rappresentarono anche uno strumento di emancipazione, offrendo una libertà di movimento fino ad allora impensabile.
Con l'avvento dell'automobile, per decenni il futuro sembrò avere solo quattro ruote e un motore. Oggi, però, quel modello mostra i suoi limiti: traffico, smog, rumore e sempre più tempo perso a cercare parcheggio.
In questo scenario, la bicicletta torna protagonista. Non come un nostalgico ritorno al passato, ma come una risposta concreta alle sfide del presente. Non produce emissioni durante l'utilizzo, occupa poco spazio e richiede molte meno risorse rispetto a un'automobile. Inoltre, ha un pregio sempre più raro: non resta bloccata nel traffico. Promuovere la mobilità ciclabile significa anche ripensare le città. Da Copenaghen ad Amsterdam, da Parigi a Barcellona, numerose città europee stanno investendo in infrastrutture ciclabili e spazi pubblici pensati per le persone anziché per i veicoli. Le esperienze europee dimostrano che investire in piste ciclabili sicure e infrastrutture dedicate migliora la qualità della vita urbana.
La bicicletta resta una delle tecnologie più efficienti mai inventate: economica, accessibile e sorprendentemente moderna nonostante i suoi oltre duecento anni. In tempi di crisi climatica, continua a offrire una lezione semplice ma attuale: il progresso non coincide con l'aumento della velocità o della potenza.

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Si è svolta dal 6 al 22 maggio 2026 la più grande manifestazione italiana per lo sviluppo sostenibile, il festival organizzato dall’Asvis come una iniziativa che è continuata ad essere itinerante, viaggiando tra i vari territori italiani.
All'interno delle iniziative che ASVIS ha organizzato per il Festival dello sviluppo sostenibile  sono stati effettuati tantissimi eventi articolati su tutto il territorio nazionale ed in rete. Convegni, mostre, presentazioni di libri, flash mob, film ed altro, per diffondere i temi dello sviluppo sostenibile e dell'Agenda 2030.
Con il convegno finale del 22 maggio che si è tenuto presso la Camera dei Deputati, è stato fatto un bilancio complessivo dei lavori del festival e dell’approccio mondiale, europeo e italiano nei confronti dell’Agenda 2030, con particolare riferimento alle criticità che attualmente non consentono di raggiungere gran parte degli obiettivi previsti dall’Agenda dell’Onu.

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Tra le grandi questioni affrontate dai Padri Costituenti vi fu anche quella dell’energia. Il 2 giugno è l’occasione anche per riflettere sull’attualità della questione energetica e sul suo legame con i valori fondanti della nostra democrazia: libertà, partecipazione, solidarietà e interesse generale. Oggi, nel pieno della transizione ecologica e delle trasformazioni geopolitiche che interessano il mondo, l’energia è tornata al centro del dibattito pubblico.
Quando l’Assemblea Costituente elaborò la Carta fondamentale della Repubblica, l’Italia usciva dalla guerra e affrontava l’enorme compito della ricostruzione. In quel contesto, le fonti energetiche erano considerate un elemento strategico per la rinascita economica nazionale. Non è un caso che l’articolo 43 della Costituzione menzioni esplicitamente le “fonti di energia”, prevedendo che, per finalità di utilità generale, lo Stato possa riservare a sé o ad altri enti pubblici attività economiche considerate essenziali per la collettività. I Costituenti ritenevano che l’energia non potesse essere affidata esclusivamente alle logiche del mercato, ma dovesse essere governata nell’interesse di tutti. Nel corso dei decenni, il significato dell’energia è cambiato profondamente. Se negli anni Cinquanta e Sessanta essa rappresentava soprattutto un motore dello sviluppo industriale, oggi è diventata una componente essenziale della sicurezza nazionale.
Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno mostrato quanto la disponibilità di energia influenzi l’autonomia politica, la competitività economica e persino la stabilità sociale di uno Stato. In altre parole, chi controlla e governa efficacemente le proprie risorse energetiche dispone di una maggiore capacità di decidere il proprio futuro.
Per questo dobbiamo sempre ricordare che la Costituzione non contiene soltanto regole giuridiche, ma custodisce una visione del Paese. E in quella visione, l’energia è uno strumento di emancipazione, progresso e libertà.

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Cosa significa essere green oggi? 🌱

È stato divertente, sorprendente e a tratti inaspettato scoprirlo con @annapoggiali in giro per i luoghi più vissuti di Firenze.

📍Prima tappa: il Mercato Centrale.
Qui abbiamo incontrato Gabriela di @ladyberry_firenze , che si è messa in gioco e ha condiviso il suo punto di vista.

Risposte spontanee, riflessioni personali, prospettive diverse.

Perché tra chi la sostenibilità la vive già e chi la scopre strada facendo, emerge una cosa chiara: non esiste un solo modo di essere green ♻️

➡ Guarda il video e scopri la sua risposta.

📹 @scaleapioli

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Con Edgar Morin scompare una voce che per oltre settant'anni ha cercato di spiegare al mondo una verità tanto semplice quanto difficile da accettare: tutto è collegato. Molto prima che si parlasse di crisi climatica, di globalizzazione, di interdipendenza o di intelligenza artificiale, Morin aveva intuito che il problema fondamentale della modernità era la frammentazione del sapere. La tendenza a dividere la realtà in compartimenti separati. L'economia da una parte. La politica dall'altra. La tecnologia altrove. L'ambiente come questione specialistica. Per questo la sua scomparsa arriva in un momento che sembra scritto per confermare la sua diagnosi. Viviamo infatti nell'epoca che Morin avrebbe definito della "policrisi": una sovrapposizione di emergenze che non possono più essere comprese né affrontate separatamente ed il cambiamento climatico ne è forse l'esempio più evidente.
Da anni trattiamo il cambiamento climatico come una questione ambientale. Morin ci ha insegnato che è molto di più: una crisi sistemica, in cui ambiente, economia, politica e società sono inseparabili. Una siccità può diventare crisi alimentare, tensione sociale, migrazione. Tutto si tiene.
Lo aveva capito molto prima che la sostenibilità diventasse una parola d'ordine. La vera emergenza, sosteneva, non è soltanto il degrado della natura, ma l'incapacità dell'umanità di riconoscersi come una comunità di destino. La sua idea di "Terra-Patria", a lungo considerata utopica, appare oggi una semplice descrizione della realtà: viviamo in un mondo in cui pandemie, guerre, energia e clima sono parte dello stesso sistema.
Eppure Morin non è mai stato un profeta della catastrofe. «La speranza è nell'improbabile», ripeteva. Perchè ogni crisi contiene il rischio della regressione, ma anche la possibilità della metamorfosi. Un sistema che non riesce più a risolvere i propri problemi può decadere. Oppure può trasformarsi. La domanda che ci lascia in eredità è la stessa che attraversa tutta la sua opera: sapremo trasformarci? Sapremo costruire un modello di sviluppo compatibile con i limiti della Terra?

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La transizione energetica sarà davvero giusta solo se saprà cambiare non soltanto le fonti di produzione, ma anche il modello di potere che per decenni ha governato l’energia. Non basta sostituire il petrolio con il sole o il gas con il vento: occorre superare un sistema centralizzato, controllato da pochi grandi operatori, per costruire un modello diffuso, partecipato e democratico, in cui cittadini, comunità e territori diventino protagonisti attivi.
Le energie rinnovabili offrono un’opportunità storica in questa direzione. Fotovoltaico, eolico, biomasse e micro-reti hanno infatti una caratteristica rivoluzionaria: possono essere installati su piccola scala, vicino ai luoghi di consumo, favorendo la nascita di comunità energetiche, cooperative e consorzi locali.
Democratizzare l’energia significa anzitutto redistribuire valore. L’energia prodotta localmente può ridurre la spesa di famiglie e imprese, attenuando l’impatto delle crisi energetiche e contrastando la povertà energetica. Ma significa anche creare nuove opportunità economiche sui territori: lavoro qualificato, filiere locali, innovazione tecnologica e valorizzazione di spazi oggi inutilizzati, dai tetti degli edifici alle aree industriali dismesse fino ai terreni marginali.
C’è poi una dimensione culturale e sociale spesso sottovalutata. Quando una comunità partecipa direttamente alla produzione energetica, cresce anche la consapevolezza ambientale e il senso di responsabilità collettiva. L’energia smette di essere qualcosa di distante e invisibile e diventa un bene comune da gestire insieme. È qui che la transizione ecologica incontra la democrazia.
La vera sfida, dunque, non è soltanto tecnologica. È politica, economica e culturale. Perché una transizione sarà davvero sostenibile solo se saprà essere anche equa, condivisa e capace di restituire ai cittadini il controllo di una risorsa essenziale come l’energia.

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Esistono domande per chiedere e domande che sembrano suggerire. Quella che abbiamo visto proporre in un sondaggio della nota trasmissione, che da decenni ospita il dibattito politico nazionale tra poltrone di politici e qualche plastico, merita particolare attenzione. Leggiamola con calma "Siete favorevoli o contrari all'utilizzo del nucleare di nuova generazione con reattori piccoli e sicuri nella prospettiva di ridurre il costo delle bollette?"
È difficile immaginare qualcuno che, dopo una simile presentazione, risponda: "No guardi, preferisco qualcosa di vecchio, meno sicuro e che mi faccia spendere un botto". Il capolavoro è l'accumulo degli aggettivi positivi minimamente messi in discussione: nuovo, piccolo, sicuro. Una specie di curriculum vitae scritto dalla madre del candidato. Ma il colpo di genio arriva nel finale: "nella prospettiva di ridurre il costo delle bollette". Qui il sondaggio smette di essere una domanda e diventa una tentazione. Perché una cosa è chiedere agli italiani cosa pensano del nucleare. Un’altra è chiedere la stessa opinione dopo averlo legato alla riduzione delle bollette, questione su cui, peraltro, Banca d’Italia ha sollevato diversi dubbi... È un po' come domandare: “Lei sarebbe favorevole o contrario a una tecnologia rivoluzionaria che abbassa i prezzi, le riordina casa, sbianca i denti e risolve anche la calvizie?”
I metodologi dei sondaggi hanno un nome per questo genere di costruzioni: 'leading question'. In italiano si traduce con "domanda orientata". Una domanda neutrale dovrebbe limitarsi a chiedere un'opinione. Al massimo offrire elementi favorevoli e contrari. Invece qui l'intervistato arriva al momento della risposta dopo aver ricevuto una piccola brochure.
A quel punto il sondaggio non sta più chiedendo soltanto cosa si pensa del nucleare. Sta chiedendo cosa si pensa di qualcosa che è stato appena descritto come migliore, più conveniente e utile per il portafoglio. Visto che c'erano potevano concludere chiedendo direttamente: "Lei sarebbe favorevole o contrario a un unicorno che produce elettricità, non inquina, abbassa le bollette e porta fortuna?"

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Il presidente di Confindustria ha detto che le imprese sarebbero pronte a ospitare piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti. Una frase che evoca scenari meravigliosi: il magazziniere che urla: “Chi ha parcheggiato il muletto accanto al reattore?”, il tecnico della caldaia promosso a “Specialista in fissione modulare”.
Naturalmente tutto “piccolo”, perché in Italia abbiamo una passione per i diminutivi rassicuranti. Anche se poi andando a vedere negli SMR il combustibile varia tra circa 1 e 10 tonnellate di uranio (o equivalente) in funzione della taglia dell’impianto. Quando si parla di uranio non è poca cosa. Non una centrale nucleare: ma un “modulo”. Non scorie radioattive: ma “materiale residuo”. Del resto siamo il Paese che chiama “pace fiscale” i condoni.
Intanto, invece di inseguire i mini-reattori aziendali, basterebbe guardare ai tetti: circa 110mila capannoni industriali in Italia hanno superfici adatte al fotovoltaico, per un totale di 300 km² di coperture inutilizzate capaci di generare fino a 30 GW di energia solare.
È quanto emerge da un’analisi Cerved basata su dati satellitari, informazioni aziendali e intelligenza artificiale. In molti casi le imprese non si rendono nemmeno conto di avere sopra la testa una vera centrale elettrica gratuita e discutono di nucleare modulare. Qui, tra l’altro, non regge nemmeno la solita storia della burocrazia lenta. Il fotovoltaico sui capannoni rientra nella maggior parte dei casi in procedure semplificate, con iter rapidi e tempi contenuti.
Il punto più divertente, però, è un altro. Il fotovoltaico sui capannoni industriali non paga neppure l’Imu. In pratica c'è una norma che dice alle aziende: “Guardate che vi lasciamo mettere pannelli gratis sui tetti per produrre energia e risparmiare”. E la risposta di certa industria è: “Interessante. Ma avete per caso dell’uranio?” È il paradosso nazionale perfetto. Abbiamo il sole, abbiamo i tetti, abbiamo la tecnologia, abbiamo perfino gli incentivi fiscali. Ma niente: il fascino dell’atomo (tra 15 anni) resta irresistibile. Forse il problema energetico italiano non è la mancanza di soluzioni. È che le soluzioni semplici e fattibili ci annoiano.

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𝐈𝐥 𝟒𝟖% 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 installati l'anno scorso in Germania erano pompe di calore. Il gas è sceso a solo il 39%. Un decennio fa, le pompe di calore avevano una quota di mercato del 7%. È un sorpasso storico che segna la fine di un'era per il mercato tedesco. Questa inversione di tendenza è il risultato di un "incastro" ben riuscito tra 𝐢𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚.
Ecco i tre fattori principali che hanno guidato questo cambiamento nel 2025:
𝟏 𝐒𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐍𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚: Dopo le incertezze degli anni precedenti, la nuova legge sul riscaldamento (GEG) ha dato certezze ai cittadini, rendendo di fatto la pompa di calore la scelta standard per le nuove costruzioni e per molte ristrutturazioni.
𝟐 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐎𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢: Con l'aumento dei prezzi del carbonio (CO2 tax) applicato ai combustibili fossili, 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐠𝐚𝐬 𝐞' 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐞𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥'𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀. Abbinare una pompa di calore ai pannelli fotovoltaici è considerato il "𝐦𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨"
𝟑 𝐈𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐓𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚: Le pompe di calore di ultima generazione riescono ora a raggiungere temperature elevate, rendendole 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐢 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐯𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐞𝐝𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐜𝐢 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢. 
Questo dato è particolarmente significativo perché la Germania funge spesso da "laboratorio" per le tendenze energetiche europee; 𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐢𝐠𝐢𝐝𝐨 𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐯𝐚𝐬𝐭𝐨, 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐔𝐄 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐚 𝐫𝐮𝐨𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐯𝐞𝐥𝐨𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞.

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