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Hai un progetto per accelerare la transizione ecologica in Toscana?

La Regione Toscana, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostiene iniziative innovative per la sostenibilità e la tutela ambientale.

È attivo il terzo avviso per la presentazione dei progetti: scopri come partecipare e diventare protagonista del cambiamento.

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Esistono domande per chiedere e domande che sembrano suggerire. Quella che abbiamo visto proporre in un sondaggio della nota trasmissione, che da decenni ospita il dibattito politico nazionale tra poltrone di politici e qualche plastico, merita particolare attenzione. Leggiamola con calma "Siete favorevoli o contrari all'utilizzo del nucleare di nuova generazione con reattori piccoli e sicuri nella prospettiva di ridurre il costo delle bollette?"
È difficile immaginare qualcuno che, dopo una simile presentazione, risponda: "No guardi, preferisco qualcosa di vecchio, meno sicuro e che mi faccia spendere un botto". Il capolavoro è l'accumulo degli aggettivi positivi minimamente messi in discussione: nuovo, piccolo, sicuro. Una specie di curriculum vitae scritto dalla madre del candidato. Ma il colpo di genio arriva nel finale: "nella prospettiva di ridurre il costo delle bollette". Qui il sondaggio smette di essere una domanda e diventa una tentazione. Perché una cosa è chiedere agli italiani cosa pensano del nucleare. Un’altra è chiedere la stessa opinione dopo averlo legato alla riduzione delle bollette, questione su cui, peraltro, Banca d’Italia ha sollevato diversi dubbi... È un po' come domandare: “Lei sarebbe favorevole o contrario a una tecnologia rivoluzionaria che abbassa i prezzi, le riordina casa, sbianca i denti e risolve anche la calvizie?”
I metodologi dei sondaggi hanno un nome per questo genere di costruzioni: 'leading question'. In italiano si traduce con "domanda orientata". Una domanda neutrale dovrebbe limitarsi a chiedere un'opinione. Al massimo offrire elementi favorevoli e contrari. Invece qui l'intervistato arriva al momento della risposta dopo aver ricevuto una piccola brochure.
A quel punto il sondaggio non sta più chiedendo soltanto cosa si pensa del nucleare. Sta chiedendo cosa si pensa di qualcosa che è stato appena descritto come migliore, più conveniente e utile per il portafoglio. Visto che c'erano potevano concludere chiedendo direttamente: "Lei sarebbe favorevole o contrario a un unicorno che produce elettricità, non inquina, abbassa le bollette e porta fortuna?"

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Il presidente di Confindustria ha detto che le imprese sarebbero pronte a ospitare piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti. Una frase che evoca scenari meravigliosi: il magazziniere che urla: “Chi ha parcheggiato il muletto accanto al reattore?”, il tecnico della caldaia promosso a “Specialista in fissione modulare”.
Naturalmente tutto “piccolo”, perché in Italia abbiamo una passione per i diminutivi rassicuranti. Anche se poi andando a vedere negli SMR il combustibile varia tra circa 1 e 10 tonnellate di uranio (o equivalente) in funzione della taglia dell’impianto. Quando si parla di uranio non è poca cosa. Non una centrale nucleare: ma un “modulo”. Non scorie radioattive: ma “materiale residuo”. Del resto siamo il Paese che chiama “pace fiscale” i condoni.
Intanto, invece di inseguire i mini-reattori aziendali, basterebbe guardare ai tetti: circa 110mila capannoni industriali in Italia hanno superfici adatte al fotovoltaico, per un totale di 300 km² di coperture inutilizzate capaci di generare fino a 30 GW di energia solare.
È quanto emerge da un’analisi Cerved basata su dati satellitari, informazioni aziendali e intelligenza artificiale. In molti casi le imprese non si rendono nemmeno conto di avere sopra la testa una vera centrale elettrica gratuita e discutono di nucleare modulare. Qui, tra l’altro, non regge nemmeno la solita storia della burocrazia lenta. Il fotovoltaico sui capannoni rientra nella maggior parte dei casi in procedure semplificate, con iter rapidi e tempi contenuti.
Il punto più divertente, però, è un altro. Il fotovoltaico sui capannoni industriali non paga neppure l’Imu. In pratica c'è una norma che dice alle aziende: “Guardate che vi lasciamo mettere pannelli gratis sui tetti per produrre energia e risparmiare”. E la risposta di certa industria è: “Interessante. Ma avete per caso dell’uranio?” È il paradosso nazionale perfetto. Abbiamo il sole, abbiamo i tetti, abbiamo la tecnologia, abbiamo perfino gli incentivi fiscali. Ma niente: il fascino dell’atomo (tra 15 anni) resta irresistibile. Forse il problema energetico italiano non è la mancanza di soluzioni. È che le soluzioni semplici e fattibili ci annoiano.

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𝐈𝐥 𝟒𝟖% 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 installati l'anno scorso in Germania erano pompe di calore. Il gas è sceso a solo il 39%. Un decennio fa, le pompe di calore avevano una quota di mercato del 7%. È un sorpasso storico che segna la fine di un'era per il mercato tedesco. Questa inversione di tendenza è il risultato di un "incastro" ben riuscito tra 𝐢𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚.
Ecco i tre fattori principali che hanno guidato questo cambiamento nel 2025:
𝟏 𝐒𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐍𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚: Dopo le incertezze degli anni precedenti, la nuova legge sul riscaldamento (GEG) ha dato certezze ai cittadini, rendendo di fatto la pompa di calore la scelta standard per le nuove costruzioni e per molte ristrutturazioni.
𝟐 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐎𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢: Con l'aumento dei prezzi del carbonio (CO2 tax) applicato ai combustibili fossili, 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐠𝐚𝐬 𝐞' 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐞𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥'𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀. Abbinare una pompa di calore ai pannelli fotovoltaici è considerato il "𝐦𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨"
𝟑 𝐈𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐓𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚: Le pompe di calore di ultima generazione riescono ora a raggiungere temperature elevate, rendendole 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐢 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐯𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐞𝐝𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐜𝐢 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢. 
Questo dato è particolarmente significativo perché la Germania funge spesso da "laboratorio" per le tendenze energetiche europee; 𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐢𝐠𝐢𝐝𝐨 𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐯𝐚𝐬𝐭𝐨, 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐔𝐄 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐚 𝐫𝐮𝐨𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐯𝐞𝐥𝐨𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞.

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I numeri diffusi da Gas Infrastructure Europe fotografano una situazione che merita attenzione: le scorte italiane sono oggi vicine ai 115 TWh, contro oltre 148,6 TWh dello stesso periodo del 2025. In termini assoluti significa che il Paese dispone di circa 33-34 TWh in meno rispetto a dodici mesi fa, una riduzione superiore al 22%.
Il dato non sarebbe di per sé allarmante se l’Italia avesse un sistema energetico simile a quello medio europeo. Ma non è così. Nessuna grande economia dell’Unione europea dipende dal gas quanto l’Italia per produrre elettricità. Nel nostro Paese tra il 44% e il 50% della generazione elettrica arriva da centrali a gas, mentre la media UE si colloca intorno al 19-20%.
Questa differenza cambia completamente il significato delle scorte. Per altri Paesi europei il gas è soprattutto una fonte di supporto o una componente industriale. Per l’Italia, invece, è il pilastro della sicurezza elettrica nazionale. Se le riserve scendono o i prezzi salgono, l’impatto si trasferisce immediatamente sulle bollette, sulla competitività delle imprese e sulla stabilità del sistema produttivo.
In teoria il Paese avrebbe dovuto intraprendere un percorso per ridurre gradualmente il ruolo del gas grazie alla crescita di rinnovabili, accumuli e reti dal 2002 anno d'invasione dell'Ucraina. In pratica, dopo 4 anni, il metano continua a essere la colonna portante del sistema elettrico.
Un Paese che produce quasi metà della propria elettricità con il gas resta vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche. E oggi, con scorte inferiori rispetto al 2025, questa vulnerabilità appare più evidente.
La vera domanda è cosa aspetti l’Italia a costruire veramente un sistema energetico ad alta autonomia senza dover vivere ogni inverno sotto pressione.

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Via libera dalla Regione Toscana al progetto dell’impianto agrivoltaico Ribolla, tra i Comuni di Roccastrada e Grosseto. L’impianto avrà una potenza nominale di circa 20 megawatt e comprenderà anche tutte le opere necessarie al collegamento con la rete elettrica nazionale. A differenza dei tradizionali parchi fotovoltaici gli impianti agrivoltaici vengono progettati per consentire il mantenimento delle attività agricole sotto o tra i pannelli solari. L’obiettivo è conciliare la necessità di aumentare la produzione di energia pulita con la tutela della produzione agricola. Durante la Conferenza dei servizi sono state valutate anche alcune modifiche migliorative apportate al progetto iniziale, considerate utili per ridurre l’impatto ambientale dell’opera. Il via libera resta comunque subordinato al rispetto di precise prescrizioni ambientali stabilite dagli enti competenti, che dovranno verificarne l’attuazione nel corso dei lavori.
La pronuncia di compatibilità ambientale avrà validità per cinque anni dalla data di rilascio dell’autorizzazione energetica. Entro questo periodo il proponente dovrà completare l’opera e presentare la documentazione che certifichi la corretta esecuzione degli interventi e la conformità rispetto al progetto approvato.
Nel procedimento rientra anche la verifica del piano di gestione delle terre e rocce da scavo, un aspetto importante per limitare gli impatti sul territorio durante la fase di cantiere. Secondo il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, l’agrivoltaico rappresenta una delle sfide più significative per il futuro energetico del Paese. La Toscana, sottolinea Giani, vuole continuare a investire in una transizione sostenibile capace di attrarre investimenti e contribuire agli obiettivi di decarbonizzazione, senza trascurare gli equilibri ambientali e paesaggistici dei territori coinvolti.

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Lo sapevi che le pinete litoranee sono un alleato naturale della costa toscana? 🌲

Questi boschi affacciati sul mare sono una barriera naturale contro i venti marini, ospitano biodiversità e contribuiscono all’equilibrio degli ecosistemi costieri.

Oggi sono esposte a diverse criticità come cambiamento climatico, rischio incendi, erosione costiera, invecchiamento e malattie delle piante.

Per questo la Regione Toscana ha approvato interventi per la loro tutela:
✔️ rimozione delle piante malate
✔️ ripiantumazioni
✔️ monitoraggio e gestione attiva
✔️ consolidamento delle aree dunali

🌍 Proteggere le pinete significa tutelare biodiversità, paesaggio e qualità del territorio.

Un impegno che guarda agli obiettivi dell’Agenda 2030 legati alla tutela degli ecosistemi terrestri.

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C'è un dettaglio fondamentale che sfugge quasi sempre quando si dibatte del futuro energetico italiano. Riguarda il passato, ma spiega benissimo il presente. Le prime centrali idroelettriche d'Italia nacquero grazie ai capitali privati. Al contrario, il nucleare italiano è sempre stato una creatura totalmente dipendente dai fondi pubblici. Questa differenza storica smonta buona parte della retorica di oggi sul nucleare e sulla sua presunta convenienza.
L’idroelettrico italiano nacque grazie ai capitali privati: imprenditori investirono nei fiumi alpini assumendosi il rischio, creando aziende come la Edison e costruendo centrali senza garanzie statali. Quando una tecnologia è profittevole e sostenibile, il mercato trova da solo i capitali.
Il nucleare italiano ha seguito la strada opposta. Da Latina a Caorso, ricerca, costruzione, gestione delle scorie e smantellamento sono sempre stati finanziati dai contribuenti. Costi enormi, tempi lunghi e rischi elevati hanno tenuto lontani gli investitori privati.
Anche oggi chi propone il ritorno all’atomo parla di modernità ed efficienza, dimenticando però di indicare chi dovrà firmare l'assegno… perché poi, a bassa voce, richiedono che lo Stato si faccia garante dei prestiti, che intervenga con assicurazioni speciali contro gli incidenti, che assicuri prezzi minimi dell’energia, che partecipi alla costruzione e gestione degli impianti, che la gestione delle scorie e lo smantellamento delle centrali restino in larga misura responsabilità pubbliche.
La differenza storica è semplice: se un progetto sta davvero in piedi economicamente, i capitali privati arrivano. Ignorarlo significa continuare a socializzare i costi e privatizzare i benefici.

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Il boom del fotovoltaico europeo è di 135 TWh più grande di quanto raccontano. Secondo le stime di SolarPower Europe, entro la fine del 2025 la capacità fotovoltaica installata nell’UE raggiungerà 406 GW, con una produzione elettrica pari a circa 410 TWh. Tuttavia, i dati ufficiali degli operatori europei si fermano a 275 TWh: oltre 135 TWh in meno, una differenza del 33%.
La ragione principale di questo scarto riguarda il fotovoltaico distribuito, in particolare gli impianti installati sui tetti di abitazioni e aziende. A differenza delle grandi centrali elettriche, questi sistemi sono milioni, frammentati sul territorio e difficili da monitorare e il trasferimento dei dati verso le statistiche nazionali risulta lento e incompleto. A complicare ulteriormente il quadro c’è il tema dell’autoconsumo: una quota crescente dell’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici viene infatti utilizzata direttamente dagli utenti o accumulata in batterie domestiche, senza transitare attraverso la rete elettrica. Di conseguenza, questa energia sfugge ai sistemi tradizionali di rilevazione. Anche i contatori intelligenti, oggi sempre più diffusi, spesso registrano soltanto il consumo netto di elettricità e non la produzione totale generata dagli impianti solari. La questione non è soltanto statistica. La diffusione del fotovoltaico distribuito mostra che la transizione energetica non è più solo industriale, ma anche sociale. Famiglie e imprese stanno diventando produttori di elettricità, trasformando il sistema energetico. Ma senza strumenti adeguati per misurare produzione, accumulo e autoconsumo, l’Europa rischia di non vedere davvero la portata di questa rivoluzione.
La lezione è chiara: il successo del fotovoltaico europeo è già più grande di quanto raccontino le statistiche. E se l’Europa vuole guidare davvero la transizione verde, deve imparare a misurare il nuovo sistema energetico con strumenti all’altezza della sua trasformazione.

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Per sussidio, in senso generale, si intende un aiuto in denaro concesso in determinate situazioni. In campo ambientale è attivo da anni un dibattito sulla necessità di rivedere quella che attualmente rappresenta una vera e propria giungla di sussidi previsti.
In questi termini, i sussidi sono intesi nella loro definizione più ampia e comprendono, tra gli altri: gli incentivi, le agevolazioni, i finanziamenti agevolati, le esenzioni da tributi direttamente finalizzati alla tutela dell’ambiente.
Ma poiché non è tutto oro quello che luccica, oltre ai sussidi ambientalmente favorevoli (SAF), si studiano anche i sussidi ambientalmente dannosi (SAD).
Bisogna evitare di mettere in campo interventi scoordinati che annullano i loro effetti a vicenda. Tutto ciò con l'obiettivo di valutare l'impatto ambientale che producono, in termini di effetti positivi o negativi sull'ambiente. 
Secondo un recente studio di Legambiente, che ha censito 76 voci di sussidi, sono 48,3 i miliardi di euro che lo scorso anno il nostro Paese ha destinato ad attività che, direttamente o indirettamente, hanno colpito le risorse naturali incidendo così sul benessere collettivo. Differente la stima effettuata dal Ministero dell’Ambiente, secondo il catalogo relativo ai SAD, il cui ammontare sarebbe di circa 25 miliardi di euro; tale differenza secondo Legambiente deriva dalla mancata considerazione di diverse criticità.

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Le 𝟑𝐑 – Riduzione dei rifiuti, Riutilizzo dei prodotti e Riciclaggio dei materiali – rappresentano la guida fondamentale per rivedere le nostre abitudini di consumo. Non a caso, sono al vertice della gerarchia dei rifiuti: seguire quest’ordine permette di ridurre l’impatto ambientale in modo concreto.
𝐑𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 significa chiedersi prima di ogni acquisto se l’oggetto è davvero necessario. È valido anche per il packaging: spesso possiamo evitarlo scegliendo alternative più sostenibili. Può voler dire prendere in prestito, condividere strumenti con vicini o amici, oppure riparare ciò che si rompe. Ogni volta che si riduce, si evita la produzione di rifiuti alla fonte, ed è quindi il passo più efficace.
𝐑𝐢𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 è la fase in cui possiamo fare la differenza. Sostituire oggetti monouso con soluzioni riutilizzabili – dalla plastica agli altri prodotti quotidiani – permette di allungare la vita degli oggetti e diminuire la domanda di nuove risorse. Convincere chi ci sta intorno – colleghi, compagni di scuola, famiglia e amici – a fare lo stesso amplifica l’impatto positivo.
𝐑𝐢𝐜𝐢𝐜𝐥𝐚𝐫𝐞 è utile, ma non dovrebbe essere la prima opzione. Il riciclo interviene solo dopo che i rifiuti sono stati prodotti e richiede energia e processi industriali. Se si riduce e si riutilizza, il riciclo diventa una piccola parte degli sforzi, ma comunque importante per chiudere il ciclo dei materiali.
In sintesi, la regola da seguire è chiara: 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞, 𝐩𝐨𝐢 𝐫𝐢𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐢𝐜𝐥𝐚𝐫𝐞. Così ogni scelta quotidiana diventa un passo concreto verso una gestione dei rifiuti più responsabile e sostenibile.
#rifiuti #ridurre #riutilizzo #riciclo #ambiente #3R #toscanasostenibile #agenda2030 #EconomiaCircolare #MateriePrimeSecondarie #CircularEconomy #riciclare #svilupposostenibile #greeneconomy

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Le centrali solari termiche a torre sono in grado di immagazzinare calore e continuare a generare elettricità anche dopo il tramonto. Un'invenzione dell' italiano Giovanni Francia, considerato universalmente il padre del solare termodinamico moderno, che già negli anni Sessanta immaginò un sistema rivoluzionario per concentrare l’energia del Sole.
A differenza del fotovoltaico, che trasforma direttamente la luce in elettricità, le centrali solari a torre sfruttano il calore. Centinaia di specchi mobili seguono il Sole e concentrano i raggi su un ricevitore posto in cima a una torre, raggiungendo temperature superiori ai 500 °C. Il calore produce vapore che aziona turbine elettriche, come nelle centrali tradizionali.
Il grande vantaggio è l’accumulo energetico: nelle centrali più moderne il calore viene immagazzinato in serbatoi di sali fusi, una sorta di gigantesca batteria termica. Così l’energia raccolta di giorno può essere utilizzata anche dopo il tramonto, continuando a produrre elettricità per ore anche in assenza di Sole.
Le 3 tappe fondamentali nella storia del solare a torre:
1) Nel 1965, a San Ilario di Nervi, Giovanni Francia realizzò il primo prototipo al mondo di centrale solare a torre. Le sue intuizioni aprirono la strada al moderno solare termodinamico.
2) Il 14 aprile 1981 entrò in funzione a Adrano la centrale Eurelios, il primo impianto solare a torre al mondo capace di immettere elettricità direttamente in una rete commerciale.
3) Negli anni Duemila il fisico italiano Carlo Rubbia perfezionò l’utilizzo di particolari miscele di sali fusi come mezzo di accumulo termico, rendendo il sistema più sicuro, economico e adatto all’impiego commerciale. Grazie a queste innovazioni, il solare termodinamico divenne capace di produrre energia in modo continuo anche durante le ore notturne.
Oggi molte centrali di nuova generazione adottano proprio questo principio, sviluppato a partire dalle intuizioni di Francia e perfezionato dai successivi contributi della ricerca italiana.

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Non è solo un dato tecnico, è la rivoluzione che 𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐠𝐥𝐨𝐛𝐚𝐥𝐞.
In 𝐂𝐚𝐥𝐢𝐟𝐨𝐫𝐧𝐢𝐚, a fine marzo 2026, gli accumulatori 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐧𝐢𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐫𝐞𝐜𝐨𝐫𝐝 𝐝𝐢 𝟏𝟐,𝟑 𝐠𝐢𝐠𝐚𝐰𝐚𝐭𝐭, 𝐜𝐨𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝟒𝟑% 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞. Questo evento segna un punto di svolta: per diverse ore durante la serata, le batterie sono state la principale fonte di energia dello Stato. Il risultato è stato reso possibile da una crescita esponenziale della 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧𝐬𝐭𝐚𝐥𝐥𝐚𝐭𝐚, 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢 𝟏𝟐𝟎 𝐌𝐖 𝐧𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟎 𝐚 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟏𝟔 𝐆𝐖 𝐚𝐥𝐥'𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟔. 
In 𝐀𝐮𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐢𝐚, il sistema di accumulo di Hornsdale Power Reserve, è stato uno dei primi grandi impianti a dimostrare su scala reale come le batterie possano stabilizzare una rete elettrica intera, 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐢𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢 per gestire i picchi e i cali improvvisi.
Nel 𝐑𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐔𝐧𝐢𝐭𝐨, progetti come quello di Pillswood Battery Energy Storage System, stanno mostrando come le batterie possano già oggi sostituire in parte le centrali a gas nella gestione della domanda serale.
In 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 LEAG sta costruendo il più grande sistema di accumulo a batterie d’Europa: 𝟏 𝐆𝐖 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞 𝟒 𝐆𝐖𝐡 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀, su un ex sito minerario del carbone. Un luogo che un tempo produceva energia da combustibili fossili diventerà presto un nodo chiave per la stabilità della rete elettrica basata sulle rinnovabili.

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