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Hai un progetto per accelerare la transizione ecologica in Toscana?
La Regione Toscana, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostiene iniziative innovative per la sostenibilità e la tutela ambientale.
È attivo il terzo avviso per la presentazione dei progetti: scopri come partecipare e diventare protagonista del cambiamento.
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TOSCANA 2030
Scopri i 17 obiettivi per trasformare il mondo: dalla tutela ambientale alla sostenibilità sociale ed economica.
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Promuovere il riuso degli oggetti per ridurre i rifiuti, risparmiare materie prime e diffondere una cultura della sostenibilità. È questo l`obiettivo del nuovo bando rivolto ai Comuni toscani per finanziare iniziative dedicate alla valorizzazione del riutilizzo dei beni ancora utilizzabili, un tassello sempre più importante delle politiche di economia circolare.
𝐀𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚` 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢
Sono finanziabili attività che riguardino iniziative rivolte al riciclo e al riuso tipo:
Attività e laboratori di riparazione: rganizzazione di eventi o allestimento di veri e propri laboratori per insegnare come riparare piccoli elettrodomestici (AEE), arredi e altri oggetti.
Scambio e Centri del Riuso: creazione, potenziamento e allestimento di “centri del riuso” fisici, oltre all’organizzazione di eventi periodici per lo scambio di beni tra i cittadini al fine di prolungarne la vita utile.
Piattaforme digitali per il riutilizzo: sviluppo di siti web per mettere in rete i vari centri del riuso, permettendo agli utenti di donare, consultare e prenotare beni.
Piattaforme digitali per la solidarietà: creazione di piattaforme per agevolare la donazione gratuita di beni dismessi destinati a realtà sociali
𝐀𝐠𝐞𝐯𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
Il contributo regionale copre fino all’85% del costo totale del progetto. Il 60% viene erogato come anticipo in seguito all’ammissione ufficiale al finanziamento, il restante viene pagato alla rendicontazione finale delle spese sostenute.
𝐒𝐭𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨
Le risorse economiche messe a disposizione ammontano a 1 milione.
𝐒𝐜𝐚𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚
Le domande devono pervenire entro le ore 14:00 del 4 ottobre 2026.
𝐁𝐞𝐧𝐞𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐫𝐢
Possono partecipare le Organizzazioni ETS iscritte al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS).
Sono ammesse come partner anche organizzazioni di volontariato con sede operativa in Toscana.
Promuovere il riuso degli oggetti per ridurre i rifiuti, risparmiare materie prime e diffondere una cultura della sostenibilità. È questo l`obiettivo del nuovo bando rivolto ai Comuni toscani per finanziare iniziative dedicate alla valorizzazione del riutilizzo dei beni ancora utilizzabili, un tassello sempre più importante delle politiche di economia circolare.
𝐀𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚` 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢
Sono finanziabili attività che riguardino iniziative rivolte al riciclo e al riuso tipo:
Attività e laboratori di riparazione: rganizzazione di eventi o allestimento di veri e propri laboratori per insegnare come riparare piccoli elettrodomestici (AEE), arredi e altri oggetti.
Scambio e Centri del Riuso: creazione, potenziamento e allestimento di “centri del riuso” fisici, oltre all’organizzazione di eventi periodici per lo scambio di beni tra i cittadini al fine di prolungarne la vita utile.
Piattaforme digitali per il riutilizzo: sviluppo di siti web per mettere in rete i vari centri del riuso, permettendo agli utenti di donare, consultare e prenotare beni.
Piattaforme digitali per la solidarietà: creazione di piattaforme per agevolare la donazione gratuita di beni dismessi destinati a realtà sociali
𝐀𝐠𝐞𝐯𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
Il contributo regionale copre fino all’85% del costo totale del progetto. Il 60% viene erogato come anticipo in seguito all’ammissione ufficiale al finanziamento, il restante viene pagato alla rendicontazione finale delle spese sostenute.
𝐒𝐭𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨
Le risorse economiche messe a disposizione ammontano a 1 milione.
𝐒𝐜𝐚𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚
Le domande devono pervenire entro le ore 14:00 del 4 ottobre 2026.
𝐁𝐞𝐧𝐞𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐫𝐢
Possono partecipare le Organizzazioni ETS iscritte al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS).
Sono ammesse come partner anche organizzazioni di volontariato con sede operativa in Toscana.
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Per una volta, Firenze può vantare un primato decisamente insolito: nei primi 13 giorni di agosto è stata più calda del Cairo. Non è una battuta, anche se sembra scritta apposta per un meme meteorologico. Secondo il confronto elaborato dal Consorzio LaMMA sulle temperature massime registrate all’aeroporto di Firenze Peretola e a quello del Cairo, la media delle massime fiorentine è arrivata a 39 °C, contro i 37,1 °C della capitale egiziana. Quasi due gradi di differenza. Va chiarito subito un dettaglio tecnico: non abbiamo vissuto a 39 gradi fissi giorno e notte. I 39 °C indicano la media delle temperature massime registrate ogni giorno nei primi 13 giorni di agosto. Insomma, l`aria condizionata ha lavorato gli straordinari, ma non siamo rimasti bloccati dentro un forno acceso per trecento ore consecutive. Ma il confronto è impressionante guardando al passato. Nei primi 13 giorni di agosto del 2003, l’anno della grande ondata di calore europea, la media delle massime a Firenze era stata di 37,7 °C. Quest’anno siamo dunque circa 1,3 gradi più in alto. E il Cairo? Anche lì ha fatto molto caldo, con una media delle massime di circa 37 °C, ben 2 gradi sopra la norma. Ma a Firenze l’anomalia è stata ancora più forte: le temperature massime sono state circa 6 gradi più alte della media degli ultimi trent’anni. Non è quindi una questione di record da raccontare con allarmismo o ironia. L’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore è uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico. L’IPCC rileva che in Europa le ondate di calore stanno diventando più frequenti, intense e durature, con rischi particolarmente elevati nelle grandi città. Serve quindi adattare le città al caldo, aumentando il verde e le aree ombreggiate, riducendo le superfici che accumulano calore e migliorando gli edifici. Allo stesso tempo, bisogna ridurre le emissioni di gas serra, per limitare l’ulteriore aumento delle temperature.
Per una volta, Firenze può vantare un primato decisamente insolito: nei primi 13 giorni di agosto è stata più calda del Cairo. Non è una battuta, anche se sembra scritta apposta per un meme meteorologico. Secondo il confronto elaborato dal Consorzio LaMMA sulle temperature massime registrate all’aeroporto di Firenze Peretola e a quello del Cairo, la media delle massime fiorentine è arrivata a 39 °C, contro i 37,1 °C della capitale egiziana. Quasi due gradi di differenza. Va chiarito subito un dettaglio tecnico: non abbiamo vissuto a 39 gradi fissi giorno e notte. I 39 °C indicano la media delle temperature massime registrate ogni giorno nei primi 13 giorni di agosto. Insomma, l`aria condizionata ha lavorato gli straordinari, ma non siamo rimasti bloccati dentro un forno acceso per trecento ore consecutive. Ma il confronto è impressionante guardando al passato. Nei primi 13 giorni di agosto del 2003, l’anno della grande ondata di calore europea, la media delle massime a Firenze era stata di 37,7 °C. Quest’anno siamo dunque circa 1,3 gradi più in alto. E il Cairo? Anche lì ha fatto molto caldo, con una media delle massime di circa 37 °C, ben 2 gradi sopra la norma. Ma a Firenze l’anomalia è stata ancora più forte: le temperature massime sono state circa 6 gradi più alte della media degli ultimi trent’anni. Non è quindi una questione di record da raccontare con allarmismo o ironia. L’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore è uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico. L’IPCC rileva che in Europa le ondate di calore stanno diventando più frequenti, intense e durature, con rischi particolarmente elevati nelle grandi città. Serve quindi adattare le città al caldo, aumentando il verde e le aree ombreggiate, riducendo le superfici che accumulano calore e migliorando gli edifici. Allo stesso tempo, bisogna ridurre le emissioni di gas serra, per limitare l’ulteriore aumento delle temperature. ...
93 miliardi di dollari è il profitto realizzato nel secondo trimestre 2026 dalle otto maggiori compagnie petrolifere quotate. Secondo il Guardian nello stesso periodo del 2025 erano poco meno di 50 miliardi: praticamente il doppio dopo un anno. A spingere i bilanci è stata soprattutto l’impennata del prezzo del petrolio seguita al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha provocato una forte interruzione delle forniture. Tra aprile e giugno il greggio è così salito ben oltre i 100 dollari al barile. I risultati danno la misura del boom: Saudi Aramco ha realizzato oltre 33 miliardi di dollari di utile, ExxonMobil 14,5 miliardi, Chevron 12,2 miliardi, Shell 9,84 miliardi, BP 5,73 miliardi, Equinor 3,2 miliardi. Eni, la compagnia italiana del gruppo, ha registrato 1,4 miliardi di dollari. Un boom di profitti che si è verificato mentre aumentavano anche i costi delle crisi energetiche e climatiche. Il 2026 ha portato nuove ondate di calore, siccità, incendi, alluvioni e danni all’agricoltura. Il Guardian richiama inoltre studi che collegano le emissioni storiche delle grandi compagnie fossili all’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi di calore estremo. Da qui la richiesta di organizzazioni come Global Witness e Friends of the Earth: una parte maggiore di questi profitti dovrebbe essere redistribuita attraverso la tassazione e destinata alla protezione dai rischi climatici, alla riparazione dei danni e alla transizione verso le rinnovabili. Il tema non è tanto quanto guadagnino le compagnie petrolifere: ma è chi paga il conto quando una guerra fa salire il petrolio, quando l’energia diventa più cara e quando gli eventi climatici estremi provocano danni sempre più costosi. Le crisi producono costi per cittadini e governi, ma possono trasformarsi in profitti eccezionali per chi vende combustibili fossili. Uno squilibrio che pone una domanda che non si può eludere: quanto deve contribuire il settore petrolifero ai costi della crisi climatica che il suo stesso modello energetico ha contribuito a produrre?
93 miliardi di dollari è il profitto realizzato nel secondo trimestre 2026 dalle otto maggiori compagnie petrolifere quotate. Secondo il Guardian nello stesso periodo del 2025 erano poco meno di 50 miliardi: praticamente il doppio dopo un anno. A spingere i bilanci è stata soprattutto l’impennata del prezzo del petrolio seguita al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha provocato una forte interruzione delle forniture. Tra aprile e giugno il greggio è così salito ben oltre i 100 dollari al barile. I risultati danno la misura del boom: Saudi Aramco ha realizzato oltre 33 miliardi di dollari di utile, ExxonMobil 14,5 miliardi, Chevron 12,2 miliardi, Shell 9,84 miliardi, BP 5,73 miliardi, Equinor 3,2 miliardi. Eni, la compagnia italiana del gruppo, ha registrato 1,4 miliardi di dollari. Un boom di profitti che si è verificato mentre aumentavano anche i costi delle crisi energetiche e climatiche. Il 2026 ha portato nuove ondate di calore, siccità, incendi, alluvioni e danni all’agricoltura. Il Guardian richiama inoltre studi che collegano le emissioni storiche delle grandi compagnie fossili all’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi di calore estremo. Da qui la richiesta di organizzazioni come Global Witness e Friends of the Earth: una parte maggiore di questi profitti dovrebbe essere redistribuita attraverso la tassazione e destinata alla protezione dai rischi climatici, alla riparazione dei danni e alla transizione verso le rinnovabili. Il tema non è tanto quanto guadagnino le compagnie petrolifere: ma è chi paga il conto quando una guerra fa salire il petrolio, quando l’energia diventa più cara e quando gli eventi climatici estremi provocano danni sempre più costosi. Le crisi producono costi per cittadini e governi, ma possono trasformarsi in profitti eccezionali per chi vende combustibili fossili. Uno squilibrio che pone una domanda che non si può eludere: quanto deve contribuire il settore petrolifero ai costi della crisi climatica che il suo stesso modello energetico ha contribuito a produrre? ...
A giugno, quando abbiamo iniziato a scrivere dei problemi che stavano incontrando le centrali nucleari in Francia, i troll pro-nucleare ci hanno accusato di tutto, dal «terrorismo» in giù. Nel tentativo di far apparire il problema molto meno serio di quanto fosse arrivavano persino ad inventarsi numeri e percentuali. Oggi i dati ufficiali di EDF, a cui abbiamo sempre fatto riferimento, confermano tutto.
Ecco i numeri della flotta nucleare francese di questa estate:
📉 Giugno: Il caldo taglia 1 TWh di energia (3% della produzione).
📉 Luglio: Fiumi caldi e in secca raddoppiano il taglio: 2 TWh persi (6% del totale).
📉 Agosto: Tempesta perfetta. Perdite giornaliere medie tra il 12% e il 15%, con picchi oltre il 20% della capacità complessiva dei reattori. (dati al 14 agosto).
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨?
La Francia non è al buio e la rete regge grazie alle interconnessioni europee. Ma il nucleare non è una fortezza staccata dalla natura: ha vincoli fisici precisi. Se i fiumi diventano troppo caldi, le centrali devono rallentare per non uccidere la fauna fluviale con acque di scarico bollenti. E sulle coste va anche peggio: a Gravelines un’invasione record di meduse, favorita dal mare caldo, ha ostruito le pompe di raffreddamento, spegnendo 3 reattori.
𝐍𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐧𝐨𝐢, 𝐥𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐄𝐃𝐅 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚.
La stessa EDF ha stanziato un piano da ben 9 miliardi di euro in 15 anni solo per adattare i suoi impianti a ondate di calore e siccità. Una spesa enorme che costringerà chiunque voglia investire nel nucleare a rifare i conti sulla reale convenienza economica di questa scelta.
Difendere una narrazione ideologica ignorando la fisica e l`economia non rende l`atomo più forte. Rende solo la discussione meno seria.
📊 Dati pubblici e verificabili sul sito di EDF
A giugno, quando abbiamo iniziato a scrivere dei problemi che stavano incontrando le centrali nucleari in Francia, i troll pro-nucleare ci hanno accusato di tutto, dal «terrorismo» in giù. Nel tentativo di far apparire il problema molto meno serio di quanto fosse arrivavano persino ad inventarsi numeri e percentuali. Oggi i dati ufficiali di EDF, a cui abbiamo sempre fatto riferimento, confermano tutto.
Ecco i numeri della flotta nucleare francese di questa estate:
📉 Giugno: Il caldo taglia 1 TWh di energia (3% della produzione).
📉 Luglio: Fiumi caldi e in secca raddoppiano il taglio: 2 TWh persi (6% del totale).
📉 Agosto: Tempesta perfetta. Perdite giornaliere medie tra il 12% e il 15%, con picchi oltre il 20% della capacità complessiva dei reattori. (dati al 14 agosto).
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨?
La Francia non è al buio e la rete regge grazie alle interconnessioni europee. Ma il nucleare non è una fortezza staccata dalla natura: ha vincoli fisici precisi. Se i fiumi diventano troppo caldi, le centrali devono rallentare per non uccidere la fauna fluviale con acque di scarico bollenti. E sulle coste va anche peggio: a Gravelines un’invasione record di meduse, favorita dal mare caldo, ha ostruito le pompe di raffreddamento, spegnendo 3 reattori.
𝐍𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐧𝐨𝐢, 𝐥𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐄𝐃𝐅 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚.
La stessa EDF ha stanziato un piano da ben 9 miliardi di euro in 15 anni solo per adattare i suoi impianti a ondate di calore e siccità. Una spesa enorme che costringerà chiunque voglia investire nel nucleare a rifare i conti sulla reale convenienza economica di questa scelta.
Difendere una narrazione ideologica ignorando la fisica e l`economia non rende l`atomo più forte. Rende solo la discussione meno seria.
📊 Dati pubblici e verificabili sul sito di EDF
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Lo rileva una proiezione basata sull’andamento dei consumi energetici nelle prime due settimane di afa opprimente di agosto. Una `tassa climatica` da 35 milioni di euro al giorno, alimentata da temperature eccezionalmente elevate rispetto ad agosto del 2025. Storicamente, agosto è il mese in cui la domanda elettrica tende a ridursi sensibilmente, soprattutto per la chiusura di molte attività produttive e degli uffici per le ferie. Quest’anno, però, il caldo rischia di attenuare drasticamente questa contrazione fisiologica. La domanda elettrica resta alta, sostenuta dai condizionatori di abitazioni, hotel, negozi e strutture sanitarie che lavorano a pieno regime. Di questo passo, a fine mese il maggiore fabbisogno potrebbe tradursi in circa 6 terawattora di elettricità aggiuntiva. Con un incremento medio della domanda di circa 8 GW per l’intero mese, otteniamo 5,95 TWh. Con il prezzo all’ingrosso di 181,55 €/MWh, il costo complessivo arriverebbe a 1,09 miliardi.
Ed è proprio questo il segnale della fragilità del sistema: non conta soltanto quanta energia in più serve, ma anche come viene prodotta quando la domanda raggiunge i livelli più elevati. Nelle ore in cui il fotovoltaico non produce e la disponibilità di vento è ridotta, il sistema deve fare maggiore affidamento sulla generazione termoelettrica e sui mercati all’ingrosso. È così che la dipendenza dalle fonti fossili trasforma un’ondata di calore in un conto energetico molto più salato.
Quel miliardo in più è la dimensione economica del cambiamento climatico, ma è anche la controprova che il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale ma anche una questione di sicurezza energetica, competitività e costi. Per questo servono più rinnovabili, più accumuli e reti intelligenti, capaci di mettere rapidamente a disposizione energia quando la domanda esplode. Continuare a rimandare questi investimenti nascondendoci dietro dichiarazioni del tipo "Ci abitueremo al clima caraibico" non risolve il problema e così ogni nuova ondata di calore rischia di trasformarsi in un ulteriore salasso per famiglie e imprese.
Lo rileva una proiezione basata sull’andamento dei consumi energetici nelle prime due settimane di afa opprimente di agosto. Una `tassa climatica` da 35 milioni di euro al giorno, alimentata da temperature eccezionalmente elevate rispetto ad agosto del 2025. Storicamente, agosto è il mese in cui la domanda elettrica tende a ridursi sensibilmente, soprattutto per la chiusura di molte attività produttive e degli uffici per le ferie. Quest’anno, però, il caldo rischia di attenuare drasticamente questa contrazione fisiologica. La domanda elettrica resta alta, sostenuta dai condizionatori di abitazioni, hotel, negozi e strutture sanitarie che lavorano a pieno regime. Di questo passo, a fine mese il maggiore fabbisogno potrebbe tradursi in circa 6 terawattora di elettricità aggiuntiva. Con un incremento medio della domanda di circa 8 GW per l’intero mese, otteniamo 5,95 TWh. Con il prezzo all’ingrosso di 181,55 €/MWh, il costo complessivo arriverebbe a 1,09 miliardi.
Ed è proprio questo il segnale della fragilità del sistema: non conta soltanto quanta energia in più serve, ma anche come viene prodotta quando la domanda raggiunge i livelli più elevati. Nelle ore in cui il fotovoltaico non produce e la disponibilità di vento è ridotta, il sistema deve fare maggiore affidamento sulla generazione termoelettrica e sui mercati all’ingrosso. È così che la dipendenza dalle fonti fossili trasforma un’ondata di calore in un conto energetico molto più salato.
Quel miliardo in più è la dimensione economica del cambiamento climatico, ma è anche la controprova che il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale ma anche una questione di sicurezza energetica, competitività e costi. Per questo servono più rinnovabili, più accumuli e reti intelligenti, capaci di mettere rapidamente a disposizione energia quando la domanda esplode. Continuare a rimandare questi investimenti nascondendoci dietro dichiarazioni del tipo "Ci abitueremo al clima caraibico" non risolve il problema e così ogni nuova ondata di calore rischia di trasformarsi in un ulteriore salasso per famiglie e imprese.
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La natura non ha bisogno di essere "nutrita" da noi, nemmeno a ferragosto. È una frase che sembra un paradosso, ma spiega uno degli errori più comuni quando si frequenta un bosco, un sentiero o un`area protetta. Molti pensano che gli scarti alimentari possano essere lasciati a terra senza conseguenze perché "tanto si decompongono". In realtà, anche un semplice residuo organico è un elemento estraneo all`equilibrio di quell`ambiente. Può attirare la fauna selvatica verso i luoghi frequentati dall`uomo, modificandone il comportamento e le abitudini alimentari. Può trasportare semi che finiranno per crescere dove quella specie non sarebbe arrivata naturalmente, alterando la composizione della vegetazione. E può restare nell`ambiente molto più a lungo di quanto si immagini: il tempo necessario alla decomposizione dipende dal clima, dall`umidità, dall`altitudine e dalle caratteristiche del suolo. In alcuni ecosistemi possono volerci settimane, in altri addirittura mesi. La natura funziona grazie a un equilibrio costruito nel corso di migliaia di anni. Alterarlo non richiede grandi azioni: a volte basta un gesto compiuto in buona fede. Per questo il principio del "Leave No Trace" è così importante: attraversare un ambiente naturale senza lasciare alcuna traccia del proprio passaggio. Non solo plastica, lattine o mozziconi di sigaretta, ma anche tutto ciò che, a prima vista, sembra innocuo. La regola è semplice: se lo hai portato con te, riportalo con te. Lascia ai boschi i loro frutti, ai prati i loro semi e agli animali il loro cibo. La natura sa già prendersi cura di sé. Il nostro compito è non complicarle il lavoro e il ricordo più bello che possiamo lasciare è non lasciare nulla.
La natura non ha bisogno di essere "nutrita" da noi, nemmeno a ferragosto. È una frase che sembra un paradosso, ma spiega uno degli errori più comuni quando si frequenta un bosco, un sentiero o un`area protetta. Molti pensano che gli scarti alimentari possano essere lasciati a terra senza conseguenze perché "tanto si decompongono". In realtà, anche un semplice residuo organico è un elemento estraneo all`equilibrio di quell`ambiente. Può attirare la fauna selvatica verso i luoghi frequentati dall`uomo, modificandone il comportamento e le abitudini alimentari. Può trasportare semi che finiranno per crescere dove quella specie non sarebbe arrivata naturalmente, alterando la composizione della vegetazione. E può restare nell`ambiente molto più a lungo di quanto si immagini: il tempo necessario alla decomposizione dipende dal clima, dall`umidità, dall`altitudine e dalle caratteristiche del suolo. In alcuni ecosistemi possono volerci settimane, in altri addirittura mesi. La natura funziona grazie a un equilibrio costruito nel corso di migliaia di anni. Alterarlo non richiede grandi azioni: a volte basta un gesto compiuto in buona fede. Per questo il principio del "Leave No Trace" è così importante: attraversare un ambiente naturale senza lasciare alcuna traccia del proprio passaggio. Non solo plastica, lattine o mozziconi di sigaretta, ma anche tutto ciò che, a prima vista, sembra innocuo. La regola è semplice: se lo hai portato con te, riportalo con te. Lascia ai boschi i loro frutti, ai prati i loro semi e agli animali il loro cibo. La natura sa già prendersi cura di sé. Il nostro compito è non complicarle il lavoro e il ricordo più bello che possiamo lasciare è non lasciare nulla. ...
✅ energia rinnovabile a prezzi accessibili
✅ minore dipendenza dai combustibili fossili
✅ maggiore controllo sulle bollette energetiche
✅ migliore protezione dalle impennate dei prezzi
✅ profitti dalle vendite di energia
Produrre energia rinnovabile e condividerla con i propri vicini per ridurre le bollette, diminuire le emissioni e rendere il territorio più autonomo dal punto di vista energetico. È questo il principio delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), uno dei pilastri della transizione energetica promossa dall`Unione europea.
Una CER riunisce cittadini, imprese, enti locali, scuole o associazioni che producono, consumano e condividono energia proveniente da impianti alimentati da fonti rinnovabili, come il fotovoltaico. L`obiettivo non è il profitto, ma creare benefici economici, ambientali e sociali per i partecipanti e per la comunità.
In Italia il riferimento è il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), che gestisce gli incentivi previsti dal Decreto CER e mette a disposizione le Regole Operative per costituire una comunità energetica e richiedere i contributi.
Per avviare una CER occorre costituire un soggetto giuridico, ad esempio un`associazione o una cooperativa, individuare almeno un impianto di produzione e più utenze di consumo e verificare che tutti siano collegati alla stessa cabina primaria della rete elettrica, requisito indispensabile per accedere agli incentivi. Successivamente si definiscono lo statuto, le modalità di gestione e di ripartizione dei benefici, quindi si presenta la domanda al GSE. L`energia condivisa tra i membri della comunità viene premiata con una tariffa incentivante e, in alcuni casi, è possibile ottenere anche contributi a fondo perduto finanziati dal PNRR per realizzare gli impianti.
Secondo la Commissione europea, le comunità energetiche rendono il sistema elettrico più resiliente, riducono la dipendenza dai combustibili fossili e favoriscono una partecipazione attiva dei cittadini alla transizione ecologica. L`energia diventa così una risorsa condivisa, prodotta vicino ai luoghi di consumo e capace di generare valore per l`intero territorio.
✅ energia rinnovabile a prezzi accessibili
✅ minore dipendenza dai combustibili fossili
✅ maggiore controllo sulle bollette energetiche
✅ migliore protezione dalle impennate dei prezzi
✅ profitti dalle vendite di energia
Produrre energia rinnovabile e condividerla con i propri vicini per ridurre le bollette, diminuire le emissioni e rendere il territorio più autonomo dal punto di vista energetico. È questo il principio delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), uno dei pilastri della transizione energetica promossa dall`Unione europea.
Una CER riunisce cittadini, imprese, enti locali, scuole o associazioni che producono, consumano e condividono energia proveniente da impianti alimentati da fonti rinnovabili, come il fotovoltaico. L`obiettivo non è il profitto, ma creare benefici economici, ambientali e sociali per i partecipanti e per la comunità.
In Italia il riferimento è il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), che gestisce gli incentivi previsti dal Decreto CER e mette a disposizione le Regole Operative per costituire una comunità energetica e richiedere i contributi.
Per avviare una CER occorre costituire un soggetto giuridico, ad esempio un`associazione o una cooperativa, individuare almeno un impianto di produzione e più utenze di consumo e verificare che tutti siano collegati alla stessa cabina primaria della rete elettrica, requisito indispensabile per accedere agli incentivi. Successivamente si definiscono lo statuto, le modalità di gestione e di ripartizione dei benefici, quindi si presenta la domanda al GSE. L`energia condivisa tra i membri della comunità viene premiata con una tariffa incentivante e, in alcuni casi, è possibile ottenere anche contributi a fondo perduto finanziati dal PNRR per realizzare gli impianti.
Secondo la Commissione europea, le comunità energetiche rendono il sistema elettrico più resiliente, riducono la dipendenza dai combustibili fossili e favoriscono una partecipazione attiva dei cittadini alla transizione ecologica. L`energia diventa così una risorsa condivisa, prodotta vicino ai luoghi di consumo e capace di generare valore per l`intero territorio.
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Gli alberi non sono numeri da inserire nei comunicati stampa né strumenti di marketing ambientale. Sono organismi viventi che richiedono spazio, suolo idoneo, acqua e manutenzione competente. La pianificazione urbana non può più ridursi a contare quanti fusti vengono piantati, ma deve diventare uno strumento di equità territoriale. Oggi l’ombra è un lusso legato al codice postale: i quartieri residenziali sono ricchi di verde, mentre le periferie affogano nell`asfalto e nelle isole di calore. Le nuove piantagioni vanno programmate incrociando dati climatici, sanitari e socioeconomici, dando priorità alle aree vulnerabili. Gli alberi non eliminano la povertà, ma riducono le disuguaglianze fisiche, rendendo le città più fresche, sane e resilienti. La sostenibilità si misura sulla capacità di garantire a ogni cittadino l’accesso alla frescura e ai servizi ecosistemici del verde urbano.
È in questa direzione che si muove il lavoro per la proposta di legge sulla rigenerazione verde, annunciata dal presidente della Toscana Eugenio Giani. L’obiettivo è rafforzare l’adattamento ai mutamenti climatici e abbattere le temperature nei punti critici attraverso interventi mirati insieme ai Comuni nelle aree più esposte.
Piantare alberi e liberare il suolo significa costruire infrastrutture climatiche e sociali. La legge toscana punterà su un`alleanza con i vivaisti locali per garantire piante di qualità, tracciabili, diversificate e adatte al clima futuro, privilegiando le specie autoctone ed evitando quelle invasive.
Il successo non si misurerà con i fusti messi a dimora, ma verificando quanti sopravviveranno, quanta ombra produrranno e quali benefici reali porteranno alla salute pubblica. In questo percorso sarà fondamentale il Consorzio LaMMA (Regione-CNR) per definire gli scenari climatici e monitorare l`efficacia degli interventi. La transizione ecologica ha bisogno di dati, non di slogan.
Gli alberi non sono numeri da inserire nei comunicati stampa né strumenti di marketing ambientale. Sono organismi viventi che richiedono spazio, suolo idoneo, acqua e manutenzione competente. La pianificazione urbana non può più ridursi a contare quanti fusti vengono piantati, ma deve diventare uno strumento di equità territoriale. Oggi l’ombra è un lusso legato al codice postale: i quartieri residenziali sono ricchi di verde, mentre le periferie affogano nell`asfalto e nelle isole di calore. Le nuove piantagioni vanno programmate incrociando dati climatici, sanitari e socioeconomici, dando priorità alle aree vulnerabili. Gli alberi non eliminano la povertà, ma riducono le disuguaglianze fisiche, rendendo le città più fresche, sane e resilienti. La sostenibilità si misura sulla capacità di garantire a ogni cittadino l’accesso alla frescura e ai servizi ecosistemici del verde urbano.
È in questa direzione che si muove il lavoro per la proposta di legge sulla rigenerazione verde, annunciata dal presidente della Toscana Eugenio Giani. L’obiettivo è rafforzare l’adattamento ai mutamenti climatici e abbattere le temperature nei punti critici attraverso interventi mirati insieme ai Comuni nelle aree più esposte.
Piantare alberi e liberare il suolo significa costruire infrastrutture climatiche e sociali. La legge toscana punterà su un`alleanza con i vivaisti locali per garantire piante di qualità, tracciabili, diversificate e adatte al clima futuro, privilegiando le specie autoctone ed evitando quelle invasive.
Il successo non si misurerà con i fusti messi a dimora, ma verificando quanti sopravviveranno, quanta ombra produrranno e quali benefici reali porteranno alla salute pubblica. In questo percorso sarà fondamentale il Consorzio LaMMA (Regione-CNR) per definire gli scenari climatici e monitorare l`efficacia degli interventi. La transizione ecologica ha bisogno di dati, non di slogan.
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Dalle "meduse d`assalto" in Francia alle bombe (vere) nel Danubio in Romania: la tragicomica estate dell`atomo, costretto ad arrendersi a un ecosistema che non si piega al volere dell`uomo. Dopo le meduse che hanno mandato in tilt il nucleare francese, arriva un altro KO in questa saga estiva del nucleare alla Dottor Stranamore in guerra con la natura. Presso la centrale di Cernavodă, l`orgoglio ingegneristico dell`atomo invincibile si è scontrato con un avversario formidabile: la quasi totale assenza di acqua nel Danubio. Davanti a un fiume ridotto a un ruscello, gli ingegneri nucleari non si sono persi d`animo e, rispolverato il manuale del Dottor Stranamore, hanno organizzato delle "esplosioni mirate" sulle rocce del fondale per deviare la corrente, poi hanno letteralmente affondato quattro chiatte piene di pietre per creare una diga improvvisata che alzasse il livello dell`acqua. Il tutto per racimolare quel minimo d`acqua necessario a non far surriscaldare l`ultimo reattore superstite. Il piano, degno di un episodio di MacGyver, ha funzionato per ben tre giorni. Ma poi il fiume ha continuato a scendere. E 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝟏𝟑 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨, 𝐞` 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐚: 𝐍𝐮𝐜𝐥𝐞𝐚𝐫𝐞𝐥𝐞𝐜𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐡𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 di Cernavodă per evitare guai peggiori. Il primo era già stato spento a fine luglio. La Romania si ritrova così con l`intera produzione della sua unica centrale nucleare fuori servizio. Nessun incidente, per carità, la sicurezza prima di tutto. Ma il problema resta: una centrale progettata per produrre energia per decenni si è trovata a fare i conti con una variabile molto più semplice e molto meno tecnologica: la disponibilità d`acqua. Cernavodă fornisce normalmente circa un quinto dell`elettricità rumena. Per sostituirla bisognerà ricorrere maggiormente alle altre centrali e alle importazioni. E così, dopo le meduse francesi, arriva il Danubio rumeno. In entrambi i casi la morale è la stessa: il nucleare può essere potentissimo, sofisticatissimo e progettato per resistere a ogni genere di imprevisto. Ma non può negoziare con un ecosistema che cambia.
Dalle "meduse d`assalto" in Francia alle bombe (vere) nel Danubio in Romania: la tragicomica estate dell`atomo, costretto ad arrendersi a un ecosistema che non si piega al volere dell`uomo. Dopo le meduse che hanno mandato in tilt il nucleare francese, arriva un altro KO in questa saga estiva del nucleare alla Dottor Stranamore in guerra con la natura. Presso la centrale di Cernavodă, l`orgoglio ingegneristico dell`atomo invincibile si è scontrato con un avversario formidabile: la quasi totale assenza di acqua nel Danubio. Davanti a un fiume ridotto a un ruscello, gli ingegneri nucleari non si sono persi d`animo e, rispolverato il manuale del Dottor Stranamore, hanno organizzato delle "esplosioni mirate" sulle rocce del fondale per deviare la corrente, poi hanno letteralmente affondato quattro chiatte piene di pietre per creare una diga improvvisata che alzasse il livello dell`acqua. Il tutto per racimolare quel minimo d`acqua necessario a non far surriscaldare l`ultimo reattore superstite. Il piano, degno di un episodio di MacGyver, ha funzionato per ben tre giorni. Ma poi il fiume ha continuato a scendere. E 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝟏𝟑 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨, 𝐞` 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐚: 𝐍𝐮𝐜𝐥𝐞𝐚𝐫𝐞𝐥𝐞𝐜𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐡𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 di Cernavodă per evitare guai peggiori. Il primo era già stato spento a fine luglio. La Romania si ritrova così con l`intera produzione della sua unica centrale nucleare fuori servizio. Nessun incidente, per carità, la sicurezza prima di tutto. Ma il problema resta: una centrale progettata per produrre energia per decenni si è trovata a fare i conti con una variabile molto più semplice e molto meno tecnologica: la disponibilità d`acqua. Cernavodă fornisce normalmente circa un quinto dell`elettricità rumena. Per sostituirla bisognerà ricorrere maggiormente alle altre centrali e alle importazioni. E così, dopo le meduse francesi, arriva il Danubio rumeno. In entrambi i casi la morale è la stessa: il nucleare può essere potentissimo, sofisticatissimo e progettato per resistere a ogni genere di imprevisto. Ma non può negoziare con un ecosistema che cambia. ...
La caccia è da sempre un terreno di acceso confronto, capace di dividere l`opinione pubblica tra visioni diametralmente opposte. Da un lato i sostenitori dell`attività venatoria, come strumento necessario per il controllo selettivo della fauna. Dall`altro i contrari che ne chiedono il superamento per ragioni etiche e di tutela della biodiversità. Posizioni che si scontrano spesso in modo aspro, alimentando una dialettica complessa. È anche per questo motivo che è importante aggiornare periodicamente il Piano faunistico-venatorio regionale. In questo contesto si inserisce anche 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚` 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐚𝐫𝐞𝐞, 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐢𝐧𝐬𝐭𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢. 𝐔𝐧`𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚` 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝟓 𝐚𝐧𝐧𝐢.
I 30 giorni per la richiesta decorreranno dalla pubblicazione del nuovo Piano sul BURT, il Bollettino Ufficiale della Regione Toscana, prevista tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre 2026. Gli interessati possono quindi iniziare a preparare la documentazione.
𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐚` 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞:
1) I dati del proprietario o del conduttore del terreno;
2) I dati catastali delle aree interessate (fogli e particelle);
3) Le motivazioni della richiesta, ad esempio esigenze legate alla gestione del fondo, alla tutela di produzioni agricole, ad attività agrituristiche, alla sicurezza o ad altre specifiche necessità.
La richiesta dovrà essere indirizzata al Presidente della Giunta regionale della Toscana e presentata con modalità tracciabili, presumibilmente tramite PEC. Gli indirizzi e i modelli ufficiali saranno comunicati dalla Regione con la pubblicazione del Piano. La Regione dovrà esaminare le domande e pronunciarsi entro 60 giorni dal ricevimento.
La caccia è da sempre un terreno di acceso confronto, capace di dividere l`opinione pubblica tra visioni diametralmente opposte. Da un lato i sostenitori dell`attività venatoria, come strumento necessario per il controllo selettivo della fauna. Dall`altro i contrari che ne chiedono il superamento per ragioni etiche e di tutela della biodiversità. Posizioni che si scontrano spesso in modo aspro, alimentando una dialettica complessa. È anche per questo motivo che è importante aggiornare periodicamente il Piano faunistico-venatorio regionale. In questo contesto si inserisce anche 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚` 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐚𝐫𝐞𝐞, 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐢𝐧𝐬𝐭𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢. 𝐔𝐧`𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚` 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝟓 𝐚𝐧𝐧𝐢.
I 30 giorni per la richiesta decorreranno dalla pubblicazione del nuovo Piano sul BURT, il Bollettino Ufficiale della Regione Toscana, prevista tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre 2026. Gli interessati possono quindi iniziare a preparare la documentazione.
𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐚` 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞:
1) I dati del proprietario o del conduttore del terreno;
2) I dati catastali delle aree interessate (fogli e particelle);
3) Le motivazioni della richiesta, ad esempio esigenze legate alla gestione del fondo, alla tutela di produzioni agricole, ad attività agrituristiche, alla sicurezza o ad altre specifiche necessità.
La richiesta dovrà essere indirizzata al Presidente della Giunta regionale della Toscana e presentata con modalità tracciabili, presumibilmente tramite PEC. Gli indirizzi e i modelli ufficiali saranno comunicati dalla Regione con la pubblicazione del Piano. La Regione dovrà esaminare le domande e pronunciarsi entro 60 giorni dal ricevimento.
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@Annapoggiali continua il suo viaggio per le strade di Firenze alla scoperta di cosa significa essere green per i giovani di oggi.
Alla Manifattura Tabacchi ha incontrato Everett e Cardo, due studenti del Polimoda che la sostenibilità la vivono... e la indossano.
Guarda il video e scopri le loro risposte!
📹 @scaleapioli
🍎ADV made by @ad.one_comunicazione
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La sicurezza energetica europea potrebbe dipendere sempre meno dalla capacità di importare gas e sempre più da quella di consumarne meno. È la conclusione di un`analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa), secondo cui fotovoltaico, eolico e pompe di calore potrebbero ridurre di circa un quarto la domanda di gas dell’Unione europea entro il 2030. Un percorso che è già iniziato: tra il 2021 e il 2024 i consumi di gas nell’Ue sono diminuiti di 78,5 miliardi di metri cubi, circa il 20% in meno. A contribuire sono state sia le misure adottate dopo la crisi energetica sia la diffusione delle tecnologie pulite. Tra il 2022 e il 2024 nell’Ue sono state installate circa 7,6 milioni di pompe di calore. Nello stesso periodo il fotovoltaico ha aggiunto 146 GW di potenza e l’eolico oltre 43 GW. Solo nel 2024 la maggiore produzione da sole e vento e le nuove pompe di calore hanno evitato il consumo di 8,8 miliardi di metri cubi di gas.
Per mantenere questo ritmo, l’Europa dovrebbe installare ogni anno, circa 4 milioni di nuove pompe di calore, 75 GW di fotovoltaico e 22 GW di eolico. Secondo l’istituto, queste tre tecnologie potrebbero da sole ridurre la domanda di gas di circa il 25%. A questo risultato si aggiungerebbero i risparmi ottenibili con efficienza energetica, riduzione dei consumi e trasformazione dei processi industriali.
La questione ha anche aspettie geopolitici: dopo il crollo delle forniture russe, l’Europa ha aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto. Tra il 2021 e il 2025 le importazioni di Gnl sono cresciute dell’84%. Ma diversificare i fornitori non elimina i rischi legati a guerre, rotte marittime e oscillazioni dei prezzi. Ridurre il fabbisogno, invece, diminuisce strutturalmente la dipendenza dalle importazioni. Ogni pompa di calore che sostituisce una caldaia e ogni nuovo impianto solare o eolico riducono la quantità di gas necessaria. La sicurezza energetica non si costruisce cercando più gas, ma riducendo la necessità di utilizzarlo.
La sicurezza energetica europea potrebbe dipendere sempre meno dalla capacità di importare gas e sempre più da quella di consumarne meno. È la conclusione di un`analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa), secondo cui fotovoltaico, eolico e pompe di calore potrebbero ridurre di circa un quarto la domanda di gas dell’Unione europea entro il 2030. Un percorso che è già iniziato: tra il 2021 e il 2024 i consumi di gas nell’Ue sono diminuiti di 78,5 miliardi di metri cubi, circa il 20% in meno. A contribuire sono state sia le misure adottate dopo la crisi energetica sia la diffusione delle tecnologie pulite. Tra il 2022 e il 2024 nell’Ue sono state installate circa 7,6 milioni di pompe di calore. Nello stesso periodo il fotovoltaico ha aggiunto 146 GW di potenza e l’eolico oltre 43 GW. Solo nel 2024 la maggiore produzione da sole e vento e le nuove pompe di calore hanno evitato il consumo di 8,8 miliardi di metri cubi di gas.
Per mantenere questo ritmo, l’Europa dovrebbe installare ogni anno, circa 4 milioni di nuove pompe di calore, 75 GW di fotovoltaico e 22 GW di eolico. Secondo l’istituto, queste tre tecnologie potrebbero da sole ridurre la domanda di gas di circa il 25%. A questo risultato si aggiungerebbero i risparmi ottenibili con efficienza energetica, riduzione dei consumi e trasformazione dei processi industriali.
La questione ha anche aspettie geopolitici: dopo il crollo delle forniture russe, l’Europa ha aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto. Tra il 2021 e il 2025 le importazioni di Gnl sono cresciute dell’84%. Ma diversificare i fornitori non elimina i rischi legati a guerre, rotte marittime e oscillazioni dei prezzi. Ridurre il fabbisogno, invece, diminuisce strutturalmente la dipendenza dalle importazioni. Ogni pompa di calore che sostituisce una caldaia e ogni nuovo impianto solare o eolico riducono la quantità di gas necessaria. La sicurezza energetica non si costruisce cercando più gas, ma riducendo la necessità di utilizzarlo.
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Giani: La #Toscana si conferma tra le regioni più virtuose d’Italia sulle #rinnovabili. Già autorizzati e in realizzazione 800 MW di nuovi impianti. In iter autorizzativo altri 3 GW tra #fotovoltaico e #agrivoltaico e 1,5 GW di #eolico.

Energie rinnovabili, Giani: “Toscana tra le regioni più virtuose in Italia� - Toscana Notizie
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Giornata mondiale della #Bicicletta, uno dei mezzi di trasporto più semplici, geniali e, probabilmente, più sottovalutati della storia

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Oggi è la Giornata mondiale della Bicicletta, uno dei mezzi di trasporto più semplici, geniali e, probabilmente,...
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Via libera dalla @regionetoscana all'impianto #agrivoltaico Ribolla, tra i Comuni di Roccastrada e Grosseto. L’intervento prevede la realizzazione di un impianto con una potenza nominale di circa 20 megawatt.

Via libera della Regione all’impianto Ribolla, Giani: “Agrivoltaico sfida fondamentale� - Toscana...
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What makes a city truly inclusive?
An inclusive city is one where everyone — regardless of income, gender, age, disability, ethnicity, or migration status — has equal access to opportunities, services, and decision-making.
Il boom del #fotovoltaico in Europa è sottostimato di 135 TWh. Entro il 2025 l’UE raggiungerà circa 406 GW e 410 TWh di produzione (SolarPower Europe), ma i dati ufficiali si fermano a 275 TWh: un gap di oltre il 33%.

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Il boom del fotovoltaico europeo è di 135 TWh più grande di quanto raccontano. Secondo le stime di SolarPowe...
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A differenza del #fotovoltaico le centrali #solari a torre sfruttano il calore. Il vantaggio è l’accumulo energetico: il calore può essere immagazzinato di giorno e continuare a produrre #elettricità per ore anche in assenza di Sole

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Le centrali solari termiche a torre sono in grado di immagazzinare calore e continuare a generare elettricità anc...
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Le attività minerarie del passato hanno prodotto circa 150 milioni di metri cubi di #rifiuti estrattivi che potrebbero trasformarsi in un’opportunità per sviluppare nuove filiere industriali.

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Le attività minerarie del passato hanno prodotto circa 150 milioni di metri cubi di rifiuti estrattivi. Molti di ...
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Tornare a far vivere l’#Arno, cercando di sviluppare progetti rivolti anzitutto a renderne pienamente fruibili le sponde. Ed in futuro, seguendo il dibattito che interessa altri corsi d’acqua in Europa, anche #balneabile.

‘Patto per l’Arno’, Giani: “Tornare a rendere il fiume pienamente fruibile� - Toscana Notizie
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Energia e infrastrutture: una spina dorsale forte per un'Europa sostenibile.

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Siamo abituati a pensare alla transizione energetica come a una questione di produzione: solare, eolico, geotermia, ma...
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