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Hai un progetto per accelerare la transizione ecologica in Toscana?

La Regione Toscana, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostiene iniziative innovative per la sostenibilità e la tutela ambientale.

È attivo il terzo avviso per la presentazione dei progetti: scopri come partecipare e diventare protagonista del cambiamento.

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Nel dibattito energetico italiano si sta consolidando una forma d’arte: la supercazzola nucleare per rispondere, con sorprendente approssimazione, a domande fastidiosamente concrete su costi, tempi e fattibilità dell’atomo.
Più la domanda è diretta e chiede dati verificati più la risposta diventa stratificata: "𝑖𝑜 𝑙𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑟𝑒𝑖 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙’𝑎𝑢𝑡𝑜𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑙𝑒 2 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑠𝑖𝑛𝑑𝑎𝑐𝑜, 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑠𝑐𝑒?"
Gli SMR sono il pezzo forte del repertorio. "Il futuro sono i reattori piccoli, modulari, costruiti in serie in fabbrica e trasportati su un camion!". Se chiedete dove siano questi camion e in quale Paese occidentale stiano già producendo energia a basso costo, la risposta si fa improvvisamente evanescente. Gli SMR sono la quintessenza della supercazzola energetica: una tecnologia che risolverà i problemi di oggi con i tempi di domani, basata su prototipi commerciali che: "𝐿𝑜 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑡𝑜? 𝐿𝑜 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑢𝑧𝑧𝑖𝑐𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑚𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒" 
Poi c’è il grande classico della “quarta generazione” che assume i tratti di una formula quasi magica che dovrebbe risolvere insieme sicurezza, efficienza e problema delle scorie. Nella realtà si tratta di tecnologie ancora sperimentali o comunque lontane dalla diffusione industriale, ma nel dibattito diventano una sorta di soluzione già acquisita: "𝑁𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑐𝑜, 𝑎𝑛𝑡𝑎𝑛𝑖, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑐𝑎𝑧𝑧𝑜𝑙𝑎 𝑏𝑖𝑡𝑢𝑚𝑎𝑡𝑎." 
Ma è il capitolo economico ad essere il più creativo. Se si fa notare i costi totali: i miliardi per la costruzione, gli interessi, le assicurazioni, i costi di smantellamento e la gestione delle scorie, il pro-nucleare alza le spalle e si difende con: "𝐸' 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑑’𝑎𝑠𝑠𝑒𝑔𝑛𝑖, 𝑡𝑎𝑟𝑎𝑝𝑖𝑎 𝑡𝑎𝑝𝑖𝑜𝑐𝑎, 𝑑𝑜𝑙𝑙𝑎𝑟𝑖, 𝑠𝑡𝑒𝑟𝑙𝑖𝑛𝑒, 𝑎𝑙𝑙𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑠𝑐𝑎𝑟𝑝𝑎, 𝑠𝑐𝑎𝑟𝑝𝑎𝑙𝑙𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎".
Alla fine, cari “Amici miei”, resta una sola certezza: davanti a SMR, quarta generazione e contabilità creativa, i conti non tornano e non basta cambiare il linguaggio per farli tornare.

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C’è chi sostiene che il passaggio al solare ci renderà dipendenti dalla Cina per le terre rare, spostando semplicemente la dipendenza dal petrolio e dal gas ai monopoli minerari di Pechino. Ma questa visione ignora due aspetti fondamentali: la reale composizione dei pannelli moderni e l’enorme potenziale del riciclo dei materiali già presenti nei pannelli installati sui nostri tetti.
𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐨 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞 𝐫𝐚𝐫𝐞
Il primo malinteso riguarda la composizione dei pannelli: i moduli fotovoltaici tradizionali, che rappresentano il 95% del mercato, non utilizzano terre rare ma principalmente silicio, vetro, alluminio e argento. Inoltre, i progressi tecnologici degli ultimi vent’anni hanno ridotto drasticamente l’uso di materie prime: per ogni metro quadrato di pannello si è passati da 1.900 a 550 grammi di silicio e da 55 a 10 grammi di argento. Una diminuzione  del 70% e dell'80%
𝐈 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 "𝐌𝐢𝐧𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐔𝐫𝐛𝐚𝐧𝐚"
Il secondo elemento che omettono è che i vecchi pannelli installati all'inizio degli anni 2000 stanno raggiungendo proprio oggi la fine del loro ciclo di vita di 25-30 anni. Questo non è un problema di smaltimento, ma una straordinaria opportunità geopolitica ed economica.
Grazie a processi di riciclo avanzati che superano il 95% di efficienza, i vecchi moduli si trasformano in giacimenti di materiali preziosi già raffinati. Da ogni  metro quadro di un pannello del 2000 possiamo recuperare:
• 52 grammi di Argento puro
• 1.700 grammi di Silicio Metallico
• 2,5 chilogrammi di Alluminio
• 13 chilogrammi di Vetro di alta qualità
Questo significa che recuperare l'argento da un solo vecchio pannello del 2000 fornisce abbastanza materiale per fabbricare ben 5 pannelli moderni, senza dover scavare una sola zolla di terra.
𝐕𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥'𝐢𝐧𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚
Il petrolio e il gas si bruciano e spariscono per sempre, costringendoci a comprarne altro. I metalli dei pannelli restano sul nostro territorio. Creare una filiera del riciclo efficiente in Europa permette di spezzare qualunque tentativo di monopolio estero. I pannelli del passato sono la riserva di materie prime per i pannelli del futuro

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Un impianto eolico domestico (o mini eolico) produce energia elettrica dal vento a livello di edificio. Come gli impianti fotovoltaici, con i quali può essere integrato, riduce la dipendenza dalla rete elettrica nazionale e aumenta l'autoconsumo. E’ costituito da una turbina, le cui pale intercettano il vento, connessa con un generatore elettrico; questo è collegato ad un inverter che adatta la corrente generata a quella degli edifici. Gli impianti possono essere connessi alla rete a cui inviare l’energia eventualmente prodotta in eccesso oppure lavorare isolati. Nel secondo caso si rendono necessari dei sistemi di accumulo per immagazzinare l’energia non immediatamente consumata e riutilizzarla nei momenti in cui le risorse rinnovabili vengono meno. L’installazione richiede delle basi cementizie solide e può avvenire su tetti, terrazzi o a terra. Gli impianti sono corredati di sistemi di controllo e sicurezza per garantire stabilità e affidabilità nel tempo.

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Secondo i dati dell’Associazione europea delle 𝐩𝐨𝐦𝐩𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 (EHPA), oltre l’80% delle unità installate nel continente viene assemblato localmente, mentre 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝟏𝟎% 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐢𝐧𝐚. Un dato che ribalta la percezione comune secondo cui gran parte delle tecnologie per le energie rinnovabili dipenda dall’Asia.
𝐔𝐧𝐚 𝐟𝐢𝐥𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐚
L’indagine dell’EHPA evidenzia come la catena di approvvigionamento delle pompe di calore aria-acqua sia fortemente radicata in Europa. In particolare:
oltre l’80% delle unità monoblocco è assemblato nel continente;
più del 90% delle unità interne è prodotto localmente;
circa la metà delle unità esterne viene assemblata in Europa, con meno del 10% proveniente dalla Cina.
Questi numeri indicano una filiera industriale già matura e capace di sostenere una crescita significativa della domanda interna, riducendo al contempo la dipendenza da fornitori extraeuropei.
𝐂𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐞 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚
Attualmente, l’Europa dispone di circa 300 stabilimenti produttivi e una capacità teorica di produzione di circa 8 milioni di pompe di calore all’anno, ben superiore ai circa 2,5 milioni effettivamente venduti oggi.
I dati preliminari mostrano un trend positivo: nel 2025 le vendite di pompe di calore residenziali in 16 paesi europei sono aumentate di circa il 10-11%, passando da 2,38 milioni di unità nel 2024 a circa 2,62 milioni. Il totale delle installazioni ha così raggiunto i 28 milioni.
Oltre al segmento residenziale, emergono segnali positivi anche per le pompe di calore di grande scala. I primi dati indicano una crescente adozione in ambito industriale e nei sistemi di teleriscaldamento, un passo importante per la decarbonizzazione di settori ad alta intensità energetica.

#transizioneenergetica #pompedicalore #rinnovabili #energiarinnovabile #decarbonizzazione #toscanasostenibile #agenda2030

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Aperte le candidature per il Premio per lo Sviluppo Sostenibile 2026 🏆

Un riconoscimento dedicato a imprese, startup e amministrazioni locali che si distinguono per eco-innovazione e risultati concreti in campo ambientale ed economico.

Tre le aree del premio:
♻️ economia circolare
🌆 città e aree urbane sostenibili
🌡️ resilienza e adattamento climatico

Un’iniziativa che valorizza chi sta già costruendo modelli più sostenibili e replicabili, con impatti reali sul territorio.

📍 Premiazione a Rimini, a novembre 2026
📅 Bando attivo fino al 30 giugno 2026
Partecipazione gratuita

#SviluppoSostenibile #EconomiaCircolare #InnovazioneAmbientale #TransizioneEcologica #Sostenibilità

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La decarbonizzazione del settore delle costruzioni è una delle sfide più importanti e impegnative. Gli edifici sono infatti responsabili di circa il 37% delle emissioni globali di CO₂ legate all’energia, considerando sia la costruzione sia la gestione degli immobili. Per rendere il comparto più sostenibile è necessario adottare strategie che coinvolgano materiali, energia, progettazione e gestione delle risorse.
Il primo punto riguarda l’utilizzo di materiali a basso impatto ambientale. Cemento, acciaio e laterizi tradizionali hanno processi produttivi altamente energivori. Per ridurre le emissioni degli edifici già nella fase di costruzione cresce l’interesse verso materiali innovativi e sostenibili, come legno certificato, calcestruzzi green, materiali riciclati e soluzioni bio-based.
Un secondo elemento è l’efficientamento energetico. Gran parte degli edifici europei è stata realizzata prima delle normative energetiche e ha consumi elevati. Interventi di isolamento termico, sostituzione degli infissi, impianti ad alta efficienza e sistemi intelligenti di gestione consentono di abbattere consumi ed emissioni, aumentando comfort e valore degli immobili.
La transizione energetica passa anche dall’integrazione delle rinnovabili negli edifici. Fotovoltaico, pompe di calore, geotermia e sistemi di accumulo fanno diventare gli edifici veri e propri nodi attivi della rete energetica.
Un altro pilastro è l’adozione dei principi dell’economia circolare: promuovere il riuso e il riciclo dei componenti consente di limitare gli sprechi e ridurre l’impatto ambientale complessivo delle opere.
Infine, la digitalizzazione e la progettazione BIM (Building Information Modeling) stanno trasformando il modo di progettare e gestire gli edifici. Grazie a modelli digitali integrati è possibile ottimizzare consumi, materiali, manutenzione e prestazioni energetiche lungo tutto il ciclo di vita. Il BIM migliora inoltre la collaborazione tra i diversi attori della filiera, aumentando efficienza e sostenibilità.
La decarbonizzazione delle costruzioni non è una singola azione, ma un percorso multidisciplinare che richiede innovazione, investimenti e una visione a lungo termine.

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Le parole del segretario generale delle Nazioni Unite colgono il punto decisivo: “Chi guiderà questa transizione guiderà l’economia globale del futuro”. Non è soltanto un appello ambientalista, è geopolitica allo stato puro.
Per oltre un secolo il dominio internazionale si è fondato sul controllo del petrolio. L’Occidente ha costruito la propria prosperità su questo sistema, ma anche la propria vulnerabilità. Tre quarti dell’umanità vivono in Paesi importatori netti di combustibili fossili, dipendenti da energia prodotta altrove, esposti alle oscillazioni dei prezzi e ai ricatti geopolitici. L’Europa lo ha scoperto drammaticamente dopo la guerra in Ucraina; l’Italia continua a sperimentarlo ogni anno con decine di miliardi spesi per importare gas e petrolio che non controlla né nei prezzi né nelle forniture.
Le rinnovabili non sono più solo una questione ambientale: sono una scelta tra dipendenza e autonomia. Restare legati a un sistema energetico instabile significa esporsi a crisi ricorrenti; costruire un’alternativa significa puntare su economie più sicure e prevedibili.
La transizione non è semplice né immediata: richiede infrastrutture, investimenti, ricerca e tempi realistici. Ma rinviarla, come avverte Guterres, significa consolidare una vulnerabilità strutturale invece di ridurla.
Qualcosa si è già incrinato nel vecchio ordine energetico. Per la prima volta, le rinnovabili stanno vincendo non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico: solare ed eolico costano sempre meno, mentre gli investimenti nell’energia pulita hanno ormai superato di gran lunga quelli nei combustibili fossili. Forse gli storici del futuro leggeranno le guerre mediorientali di questi anni come il tentativo estremo di difendere un ordine energetico in declino. Perché il petrolio, un tempo “oro nero”, è diventato anche una fonte di instabilità climatica e geopolitica. La vera partita del XXI secolo si gioca nella capacità di produrre energia pulita, economica e autonoma. Chi guiderà questa transizione guiderà anche il nuovo equilibrio del mondo.

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Il vero motore della storia non sono i trattati o le ideologie, ma la convenienza economica. Anche la transizione energetica sta passando da imperativo morale a opportunità di mercato. Ne è prova il comportamento delle industrie energivore, che sempre più spesso concentrano la produzione nelle ore in cui l’energia rinnovabile è abbondante e meno costosa. Così riducono i costi, contribuiscono alla stabilità della rete e valorizzano l’energia verde. Quando i comportamenti virtuosi vengono premiati economicamente, il mercato reagisce rapidamente.
Non è una novità: le grandi transizioni energetiche si sono affermate quando il nuovo modello era più conveniente del precedente. La macchina a vapore sostituì il lavoro animale e idraulico non avvenne per carenza di cavalli o di fiumi, ma perché il carbone offriva maggiore densità energetica e continuità produttiva. Allo stesso modo, il petrolio rimpiazzò progressivamente l’olio di balena non per ragioni ambientali, ma perché era più economico, trasportabile e scalabile. Anche il passaggio dal carbone al petrolio nei trasporti seguì la stessa logica: Churchill convertì la flotta britannica al petrolio per motivi strategici ed economici, poiché garantiva maggiore velocità, autonomia ed efficienza rispetto al carbone.
Oggi stiamo assistendo allo stesso identico schema: le rinnovabili non vengono scelte solo perché pulite, ma perché sono già la forma di generazione elettrica più economica della storia e il mercato non aspetta i pigri. Le industrie che oggi imparano a dialogare con la flessibilità della rete saranno i leader manifatturieri di domani. La decarbonizzazione non viaggerà sulle ali dell'altruismo, ma sui binari dell'efficienza. E, come la storia insegna, quando il portafoglio indica la strada, la direzione è decisa.

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Un dilemma di difficile soluzione riguarda l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale per affrontare le sfide del clima che cambia e gli impatti ambientali dei data center, che come infrastrutture necessarie per l’IA comportano consumi eccessivi in termini di acqua ed elettricità.
Il ruolo sempre più importante dell’IA è nel fornire un supporto concreto nello studio del cambiamento climatico, sia dal punto di vista delle previsioni di eventi estremi che da quello dell’adattamento alle nuove forme di normalità.
Una nuova frontiera nel trattamento dei dati e dei fenomeni estremi che va ad aggiungersi alla modellazione fisica ed alla statistica classica utilizzate ordinariamente.
Anche l’ONU si sta confrontando con queste nuove modalità operative per facilitare l’accesso alla scienza climatica, attraverso un ultimo modello messo a disposizione, “Environment GPT”, allenato attraverso la documentazione del Programma ambientale delle Nazioni Unite.
Tra le particolarità anche la differente impostazione della risposta, a seconda se rivolta al cittadino, allo scienziato o al decisore politico. Ritornando poi al tema del consumo delle risorse dovuto all’IA, vengono anche rilevati in relazione alla consultazione effettuata i consumi di energia, acqua, minerali critici e CO2 equivalente.

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Un'azione storica, senza dubbio, ma nel senso archeologico del termine. Perché mentre il resto del mondo investe miliardi nelle tecnologie del futuro, qualcuno ha deciso che la soluzione sarebbe riesumare una delle fonti energetiche più inquinanti e meno competitive del pianeta. A questo punto aspettiamo con interesse anche il piano per rilanciare il fax e i floppy disk (i più giovani possono cercarli su google).
La parte più curiosa è che questa narrazione viene venduta come una rivoluzione economica. Peccato che da anni gli stessi mercati energetici raccontino una storia diversa. Negli Stati Uniti centinaia di centrali a carbone sono state chiuse non per imposizioni ambientaliste, ma perché incapaci di competere economicamente. Non sono stati gli ambientalisti a decretarne il declino: sono stati i conti economici. Ma evidentemente gli analisti di mercato, gli investitori e gli operatori del settore devono aver capito tutti male.
I più attenti all'ambiente, nel frattempo, ricordano un dettaglio non proprio trascurabile: il carbone è tra le fonti energetiche più inquinanti, sia in termini di CO₂ che di impatto sulla qualità dell'aria: particolato, ossidi di azoto, anidride solforosa e altri inquinanti.
La vera ironia è che la sfida energetica di oggi non è tornare indietro di cento anni, ma produrre energia abbondante, affidabile e competitiva riducendo al contempo emissioni e dipendenza dalle fonti più obsolete. Un obiettivo sul quale economisti, analisti energetici e climatologi sono convintamente concordi.
D'altronde, mentre il pianeta continua a registrare record di temperatura ed eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, la risposta dell'amministrazione americana è stata tagliare i fondi agli enti che studiano il problema. Un po' come accorgersi che il termometro segna 40 gradi e decidere che il problema è il termometro. Se i dati sono scomodi, basta ridurre chi li raccoglie e se la realtà contraddice la narrativa, peggio per la realtà.
Peccato che la realtà siamo noi.

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Sempre più persone scelgono second hand, vintage e acquisti consapevoli.
Ma il sistema moda continua a produrre troppo e a recuperare poco, con un forte impatto su ambiente e risorse.

L’Europa interviene per rendere il settore più sostenibile:
- Dal 2025 la raccolta differenziata dei tessili è obbligatoria.
- Dal luglio 2026 le grandi aziende non potranno più distruggere gli invenduti.
Arrivano anche:
🔎 obblighi di trasparenza sugli stock invenduti
🧵 passaporto digitale dei prodotti
♻️ più attenzione a riciclabilità e riuso dei capi

Un cambiamento che guarda all’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030: promuovere modelli di consumo e produzione responsabili 🌍

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La transizione energetica non si realizza con annunci, ma attraverso una visione chiara, regole certe e la capacità di programmare. È con questo spirito che oggi la Giunta regionale ha approvato un pacchetto di provvedimenti per aumentare la produzione di energia pulita, rafforzare l'autonomia energetica della Toscana e tutelare territorio e paesaggio.
𝐌𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢?
Il primo pilastro riguarda l'individuazione delle 𝐚𝐫𝐞𝐞 𝐢𝐝𝐨𝐧𝐞𝐞, ovvero le parti del territorio dove sarà possibile realizzare impianti da fonti rinnovabili secondo criteri definiti e condivisi. L'obiettivo è orientare gli investimenti verso le zone più adatte, garantendo equilibrio tra produzione energetica, attività economiche, agricoltura, tutela ambientale e salvaguardia del paesaggio. La proposta interesserà 𝟏𝟓𝟕 𝐝𝐞𝐢 𝟐𝟕𝟑 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 𝐭𝐨𝐬𝐜𝐚𝐧𝐢 e amplia le opportunità di localizzazione degli impianti anche nelle aree prossime alle strade di interesse regionale e ai complessi industriali.
Il secondo pilastro è rappresentato dalle 𝐳𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐥𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, pensate per velocizzare la realizzazione degli impianti nelle aree già compromesse dal punto di vista urbanistico. Ad esempio aree industriali, cave, discariche dismesse, interporti, parcheggi.
La Regione ha inoltre avviato il 𝐏𝐑𝐈𝐙𝐀𝐓, il Piano regionale per l'individuazione delle zone di accelerazione. La proposta sarà pubblicata nei prossimi giorni e sottoposta a VAS, con 60 giorni per presentare osservazioni e contributi. Sarà inoltre disponibile una mappa interattiva con i dati sugli impianti e lo stato delle autorizzazioni.
I provvedimenti prevedono anche misure per 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐮𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐠𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚𝐢𝐜𝐢, garantendo la continuità dell'attività agricola.
La Toscana produce già il 51% del proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili e punta a raggiungere entro il 2030 circa due terzi della produzione energetica regionale. Fondamentale il contributo della geotermia, che oggi copre il 34% della produzione elettrica toscana.

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